SICUREZZA: LE IMPRESE SMETTANO DI TIRARSI INDIETRO
Di: Alessio Gramolati - Segr. Generale Cgil Toscana
lun 06 ott, 2008
Alessio Gramolati 02
Alessio Gramolati, cosa prova il segretario regionale della Cgil dopo una giornata come quella di giovedì?
«Innanzi tutto profondo dolore e cordoglio verso le vittime e le loro famiglie. E il senso vero di una sconfitta. Per la gravità di quello che è accaduto e perché perdere la vita lavorando è una negazione, qualcosa di innaturale. Questa volta, poi, siamo di fronte a qualcosa che può solo esser chiamata strage. Una cosa simile, in Toscana, era successo l’ultima volta alla Stanic negli anni ‘80».
Più rabbia o rassegnazione?
«Rassegnazione mai. Anzi. Una tragedia simile deve generare il sentimento opposto. L’impegno di tutti alla reazione, all’impegno a costruire una prospettiva positiva. Guai a liquidare quanto accaduto col fato avverso o l’ineluttabilità. Ora è il momento di una rottura forte nei comportamenti della società toscana e nell’azione di tutti. Bisogna costruire le condizioni perché una cosa simile non si possa ripresentare».
Parlava del senso di sconfitta. Si riferisce al sindacato?
«A questa sensazione non può e non deve sottrarsi nessuno. Ma le responsabilità non sono tutte uguali. E quelle più grandi non sono di chi lavora, di chi difende i lavoratori o di chi ha funzioni ispettive ma di chi gestissce l’impresa e dovrebbe intervenire perché le persone operino in maniera corretta. Che colpa ha chi è volato da 40 metri o è stato travolto sui binari? La Fiom Toscana, nei giorni scorsi, ha realizzato un corso per i propri delegati incrociando i temi dell’organizzazione e della sicurezza. È su quel terreno che bisogna muoversi, non negare il diritto alla contrattazione. Ma la figura dell’impresa in questo momento pare sottrarsi dalla disponibilità a stare dentro questa discussione».
Cosa glielo fa pensare?
«Quando un’impresa rinuncia al confronto sull’organizzazione del lavoro, vuol dire che si chiama fuori e non vuole assumersi le responsabilità della sconfitta. E considerare l’organizzazione un tema privato e non di relazioni sociali da cui lasciare fuori il sindacato, come sostenuto da Confindustria, è una strada impraticabile. Se i problemi si valutassero a monte, insieme e non unilateralmente, forse le cose andrebbero meglio. Ma mi chiedo se ci sia o no questa disponibilità».
La discussione sulla legge regionale sugli appalti non è un buon segno...
«Quella è la prova che non tutti hanno avuto la stessa sensibilità. La discussione su quella legge è finita per diventare quasi una disputa istituzionale. E non tutti coloro che si uniscono al cordoglio si sono uniti alla necessità dello strumento. Ma non tutto è da ricondurre alla norma. Serve qualcosa che vanga prima. Una sensibilità “ante” che guardi al lavoro e alla sicurezza come pre requisiti».
Basteranno gli scioperi di martedì a far cambiare le cose?
«Siamo a un punto di non ritorno, per questo serve un’azione straordinaria e convincente che parli a tutta la società. L’iniziativa di proclamare un’ora di sciopero generale di tutta la Regione va in questo senso. Non è uno sciopero di protesta. Non solo. È un messaggio a tutta la Toscana che deve reagire. Da ieri (giovedì, Ndr) nulla è come prima. Quello che vogliamo fare, atraverso assemblee in tutte le fabbriche cui prenderanno parte anche politici e rappresentanti delle istituzioni, è parlare all’insieme della società. Il messaggio che deve passare è che serve un profondo cambio culturale nell’affrontare questo tema. Lo sciopero dovrà aprire una grande campagna di massa e di sensibilizzazione che va oltre la singola iniziativa».
Come pensa di sviluppare questo percorso?
«Ad esempio utilizzando il fondo europeo per la comunicazione sociale per costruire uan campagna di sensibilizzazione e attenzione sulla sicurezza non generica ma modulata per parlare a generi, generazioni e genti della società toscana di oggi».
Come è possibile che una simile tragedia si sia consumata proprio in Toscana dove forte è l’impegno contro la piaga delle morti bianche?
«Le cose accadono qui perché accadono anche altrove e noi non siamo altro di altrove. Non siamo una parte separata e viviamo la debolezza culturale che c’è in Italia. Il problema non è la Toscana ma il Paese. E in questa dimensione va affrontato il problema. Poi ci sono gli aspetti di merito da ponderare. Come si può spiegare che una tragedia come quella di Barberino succeda perché è saltato un bullone? Io so che quando si parla di mare le sicurezze devono essere tre, possibile che in un cantiere si affidi la vita soltanto a un bullone? Come si può spiegare una cosa del genere a chi ha perso un figlio, un padre o un marito?».

Francesco Sangermano

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