UN PENSIERO NUOVO PER LA TOSCANA
Di: Alessio Gramolati
dom 23 mar, 2014
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*E necessario un pensiero nuovo per la Toscana? E questo pensiero, allo stesso tempo prospettiva di sviluppo ed idea di governo, su quali forze potrà contare? E in questa prospettiva quale ruolo dovrebbero assolvere le città? A nostro giudizio occorre un radicale mutamento di visione.
Se alcune grandi priorità decisive per la salvaguardia del patrimonio industriale di questa regione, dalla Lucchini a Breda, al cosiddetto “caso Prato”, stanno dentro un mutamento di prospettiva di politiche nazionali, sulle quali il nuovo governo dovrà dare le necessarie risposte, se la polarizzazione dell’apparato produttivo, se il percorso di grave arretramento del sistema bancario, di cui MPS è il solo punto più critico ed evidente, è il frutto di scelte sbagliate e dannosi localismi è necessario affrontare il futuro costruendo una nuova cultura all’altezza dei problemi imposti dalla crisi e dai suoi riflessi regionali. Crediamo che questo debba essere al centro della nostra riflessione perché si provi a coniugare le esigenze del cambiamento con la concretezza dell’azione sindacale.
Lo facciamo partendo anche dalla nostra esperienza nella quale misuriamo quotidianamente la profondità della crisi, il disagio delle persone e l’incertezza che attanaglia il loro futuro. E ciò fa apparire, quasi irrimediabile, la distanza da questa politica e, allo stesso tempo investe le stesse forme dell’ associazionismo sindacale e imprenditoriale anch’esse chiamate ad una radicale trasformazione.
Nel tempo della crisi anche in Toscana, come le notizie dal fronte ci comunicano con la contabilità della disoccupazione e il suo carico di drammi, banca, industria, istituzioni culturali, welfare sono dentro un lungo processo di declino, la caduta dei redditi e dei consumi interni, (come ci dice la ricerca condotta dal nostro CAAF e dall’IRES Toscana), ha ormai raggiunto livelli mai conosciuti. Tutto ciò è attutito dalle brevi riprese congiunturali dell’esportazione e da un capillare lavoro di contrattazione per la coesione e la difesa occupazionale. Ma non può bastare.
Anche le riprese, infatti, non cambiano il segno della direzione di marcia nella quale anche i settori, come quelli del Made in Italy, non riescono a trascinare l’intero sistema in un quadro di maggiore specializzazione e soprattutto non si appaga la domanda occupazionale.
Come ci ricorda un recente lavoro sull’industria italiana predisposto dalla Banca d’Italia, le ragioni dell’arretramento del manifatturiero e delle costruzioni, sono frutto di un intreccio tra specializzazioni produttive in settori maturi, scarsa propensione all’innovazione e alla crescita dimensionale, costi energetici e fiscali pesanti e squilibrati rispetto agli altri paesi e una drastica caduta della domanda ma, aggiungiamo noi, anche da un sistema dei servizi che scarica le proprie inefficienze sui costi industriali, problema questo che ben si evidenzia nell’ulteriore specificità rappresentata dalla crisi dei sistemi urbani.
In assenza di prospettive chiare per il futuro, la rendita nell’impresa, il localismo nella politica ritornano protagonisti di una “Toscanina” e, aggiungiamo noi, di una “Firenzina”che abbiamo già conosciuto nel passato con esiti del tutto deludenti.
Ci sono stati momenti, al contrario, in cui la nostra società ha interpretato la Toscana dentro la contemporaneità consentendo avanzamenti civili e produttivi di grande rilievo e rendendo possibile la realizzazione di grandi opere infrastrutturali ed ambientali, in un quadro di accordi forti tra istituzioni e comunità locali.
Negli anni più recenti ci sono state altre importanti intuizioni ed azioni di governo. Basti pensare all’intervento su Sesta per lo sviluppo di turbine di nuova generazione o al progetto “biomasse” per lo sviluppo e la tutela idrogeologica delle nostre montagne.
Una serie di interventi sull’attrattività che ha visto la Toscana balzare ai primi posti nella classifica redatta dal Financial Time sulle regioni che attraggono più investimenti esteri in Europa.
Ma non possiamo nascondere le cadute d’intensità e di capacità di governo ( di cui il Maggio fiorentino rappresenta uno dei casi più eclatanti) a cui ha corrisposto un costume interno ai partiti basato non sulle idee ma sulle appartenenze.
Tutto ciò ha dato luogo a fenomeni involutivi come quello di una maggiore prossimità della politica nella gestione dell’impresa pubblica fino a piegare quest’ultima a interessi e logiche di parte quando queste realtà dovrebbero rappresentare un fattore d’attrattività e di competitività per il territorio. Un difetto della politica che sembra contaminare, in un conformismo deleterio, le stesse classi dirigenti.
Assieme a ciò in che cosa consistono, a nostro giudizio, gli elementi di novità da innestare nel pensiero della Toscana? Come si può tornare ad interpretare un pensiero di cambiamento? Come combattere il localismo che sembra travolgere la stessa politica?
Per un lungo periodo la Toscana, le sue città, il suo territorio, insieme hanno generato ricchezza e nuove opportunità di lavoro. Bisogna fare i conti con la rottura definitiva di questo equilibrio.
C’è bisogno, quindi, di una nuova piattaforma per il futuro della Toscana e delle sue città. Servono adeguate politiche pubbliche; meno rendite nell’impresa e nelle città sostenendo in primo luogo quanti hanno avviato o intendono avviare processi di riconversione e ristrutturazione per accrescere competitività sia modificando i meccanismi di allocazione delle risorse verso i settori più produttivi, sia riducendo i costi, a cominciare da quelli energetici, sia sostenendo azioni per la crescita dimensionale e l’innovazione. In una parola occorre fare un balzo nel modello di specializzazione .
Ci sono nuclei d’industria, parti importanti dell’agroalimentare, eccellenze della ricerca e nell’Università come in altre realtà del terziario e del terzo settore, il mondo della cooperazione, che hanno tutte le caratteristiche per esprimere il futuro della nostra regione, se sostenute da un politica realmente selettiva, politiche che misureremo sul banco di prova della nuova programmazione dei fondi strutturali che dovranno moltiplicare investimenti e progetti che aggrediscano i nodi critici e promuovano innovazione e soprattutto realizzino ricadute occupazionali tangibili.
I dati dell’occupazione nell’industria in senso stretto nel terzo trimestre 2013 ci dicono non solo che avevamo visto giusto sulle potenzialità di questo settore, ma di come il rilancio del nostro sistema produttivo, sia oggi una concreta possibilità. Certo, per evitare che il fanciullo che si affaccia in quei dati e in quelli sull’attrattività, non muoia in culla, abbiamo detto che ci sono molte cose da fare e da cambiare, a partire dalla capacità di risposte unitarie dai territori.
Nella competizione globale la Toscana è già troppo piccola per permettersi di essere divisa e troppo significativa per rinunciare a quelle alleanze che gli consentano di esprimere un ruolo europeo. Basti pensare alle potenzialità che potremmo giocare nei grandi processi di infrastrutturazione e di logistica non solo dell’Italia di Mezzo ma anche del bacino Mediterraneo con l’Europa. Quello che poi si sta rilevando il punto di debolezza della Toscana è che sia nello sviluppo industriale, come negli assetti finanziari, non si affaccia un’ imprenditoria capace di proporsi attraverso propri progetti e soprattutto propri capitali mentre si riduce la capacità di generare nuove imprese.. Una capacità di investimento che se più coraggiosamente dispiegato potrebbe rivendicare da un punto di maggiore forza un diverso e più consistente contributo da parte del credito a sostegno di famiglie e imprese che è ancora troppo debole.
Serve poi riprendere con forza il tema del destino culturale di questa regione e delle sue città, in primo luogo della sua Università, centri di ricerca e biblioteche, strumenti essenziali per quella produzione del sapere che rappresenta uno dei tratti essenziali della competizione tra sistemi urbani e rappresenta il punto cardine per compiere un salto di qualità da parte di molte imprese industriali e non verso un più alto livello di specializzazione.
E c’è infine il tema della tutela del territorio. Il positivo approdo della valorizzazione paesaggistica rischia infatti di essere insidiato non tanto dalle resistenze al contenimento di consumo del territorio, quanto dalle devastazioni che questo sta subendo sotto i colpi degli eventi climatici e sismici che ne hanno palesato la vulnerabilità.
Senza un intervento strutturale di natura preventiva associato a ordinarie politiche manutentive è difficile fare del paesaggio un fattore competitivo e un elemento distintivo della qualità della vita dei nostri cittadini. Serve per questo, al pari dell’intervento e dell’impegno regionale, un grande investimento del governo per politiche finalizzate alla messa in sicurezza del territorio e del patrimonio storico e artistico toscano e soprattutto della sua montagna che vive una pericolosa stagione d’abbandono.
Se questa è la sfida, occorre che i protagonisti imprenditoriali, delle professioni e della cultura, non vivano appartati ai margini, ma tornino al centro del discorso pubblico in una primavera della partecipazione e del civismo che mobiliti le rappresentanze, l’associazionismo culturale e sociale fuori dai modelli relazionali del passato e da ogni riflusso neolobbista.
Troppo spesso ci si accontenta di raccontare un'altra Toscana, ormai rassegnata ad essere terminale di flussi turistici, di cui non è in grado nè di determinare nè di selezionare qualità ed intensità, tale anche da piegare, nella più generale indifferenza, ad un uso del tutto discutibile, luoghi e spazi significativi delle città storiche senza più un’ identità. Non è questa Toscana che ci interessa, per questo è necessario un radicale cambiamento di prospettiva e su questo chiamare a raccolta le migliori forze della Toscana perché si dovranno fare i conti con interessi e resistenze di forze e di lobby capillari e tenaci.

* estratto dalla relazione al 10° Congresso della Cgil Toscana

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