L'economia non va, la politica cambi l'agenda
Di: Alessio Gramolati
mer 06 ago, 2014
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Magari si potesse governare solo con la battuta pronta, la frase a effetto, l'annuncio-spot, i sorrisi, la simpatia, il saper bucare lo schermo. Magari. Purtroppo però alle parole non stanno seguendo i fatti.
E ce lo dicono i conti, sui quali non si bluffa ed è impossibile indorare la pillola: l'economia non riparte, anzi proprio non va. E come potrebbe essere diversamente se, come rivelano i dati Istat, il tasso della disoccupazione giovanile sale al record del 43,7%? Come potrebbe essere diversamente se tutti gli indicatori - dalla pressione fiscale alla produzione industriale - sono negativi?
Anche sul lavoro ci aspettavamo davvero più coraggio, viste anche le premesse e le buone intenzioni annunciate all'inizio. Invece, purtroppo, si continua sulla strada fallimentare di sottrarre diritti a chi ce li ha senza darne a chi ne è privo. In questo contesto emergenziale, a leggere i giornali e a guardare le televisioni si sente parlare solo (o quasi) di legge elettorale e riforme istituzionali. Una discussione che avviene tutta nel Palazzo, certo importante, ma che suona stonata in un momento in cui sempre più persone hanno difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena, e che non creerà nessuna nuova occupazione.
"Dobbiamo fare le riforme ad ogni costo", dicono dal governo. Pensate come sarebbe bello se dicessero: “Dobbiamo far partire la ripresa, e combattere la disoccupazione e le crescenti povertà ad ogni costo”. E l'emorragia di posti di lavoro non si ferma perché l'economia non è al centro del dibattito, come se il Paese potesse riprendersi da solo. Invece ogni sforzo va indirizzato a difendere il lavoro che c'è e a crearne di nuovo: come si fa a non condividere questa urgenza?
Sono fuori dal mercato del lavoro tre milioni e 153mila persone, a cui vanno sommati gli inattivi, mentre la Cassa integrazione in deroga sta andando ad esaurirsi e i periodi di ordinaria e straordinaria coprono un bacino di mezzo milione di lavoratori da molti anni. Se non c'è una ripresa consistente dell'occupazione dei giovani e dei lavoratori over 50, la pressione sociale sarà molto alta nei prossimi anni, così come se non si riformano gli ammortizzatori aumenteranno i licenziamenti.
Noi siamo qui pronti a fare come sempre la nostra parte di difesa e proposta, e restiamo convinti che senza la Cgil la crisi avrebbe picchiato ancora di più su lavoratori e pensionati. E continuiamo anche a dire che il Governo, vista l'emergenza economica, ha il dovere di cambiare la propria agenda e presentare un vero Piano del Lavoro, con numeri e indicazioni chiari: dove si investe, quanto si investe, quali categorie vanno più aiutate, in una visione d'insieme.
Altrimenti - al netto delle parole - siamo in drammatica continuità con le politiche dell'ultimo ventennio, in cui chi paga il prezzo delle scelte sbagliate è sempre il lavoro.

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