Causano la crisi poi danno le pagelle. Lottiamo per unire, verso il 25 ottobre
Di: Alessio Gramolati
lun 13 ott, 2014
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La scorsa settimana il Jobs Act ha ricevuto il plauso della Merkel, di Barroso, del Fondo Monetario e - con l’inserzione a pagamento su un quotidiano nazionale - quello di alcuni signorotti del luogo. Nelle stesse ore, mentre l’export tedesco subiva una decisa contrazione, il Governatore Draghi ammoniva sui nuovi problemi economici e sociali dell’Europa manifestando preoccupazione per la debolezza della ripresa e per il rischio di nuovi attacchi della speculazione. L’Europa quindi non esce dalla crisi e chi ce l’ha messa continua a dare le pagelle. I bocciati ci hanno promosso.
In effetti molte difficoltà dipendono dalla caduta degli investimenti, con la conseguente penalizzazione della competitività europea. D’altra parte gli investimenti pubblici sono bloccati dal Fiscal compact e quelli privati dal dumping di finanza e rendita, che attraggono a sé molti dei capitali disponibili.
L’Italia ci mette poi del suo. Abbiamo un deficit di legalità che misuriamo con livelli di corruzione ed evasione fiscale altissimi che hanno fatto crescere in modo insopportabile la tassazione sul lavoro. Si aggiungono le rendite di posizione di tante lobby che lucrano sul costo eccessivo di energia e servizi, su burocrazia, infrastrutture e giustizia inefficienti. Eppure, nonostante tutto ciò, ci sono realtà aziendali che realizzano risultati positivi: investono, assumono, valorizzano le proprie risorse umane. Spesso, come nel caso della GD di Bologna, dove il Presidente del Consiglio ha partecipato all’inaugurazione di un nuovo stabilimento, lo devono anche a buone relazioni industriali (è persino scritto nel documento ufficiale di presentazione del nuovo investimento). Non c’è dubbio che questo dovrebbe essere il modello da favorire. Anche con un mercato del lavoro adeguato.
Invece si impone un provvedimento che ne aumenta la dualità e non diminuisce la precarietà. Si afferma controllo e comando, e si deresponsabilizza l’impresa su formazione e crescita professionale. Si disegna una contrattazione più debole, ispirata (o suggerita?) al modello Fiat piuttosto che a quello Volkswagen, un nuovo modello dove la partecipazione è pura subordinazione. Come si capisce, non è solo la cancellazione dell’Articolo 18, come ha scritto ieri sulle colonne di Repubblica Eugenio Scalfari, quello è il modo per far capire che sono tornati a comandare i padroni dalle belle braghe bianche.
In realtà sul Jobs Act si disputa una partita più grande, quella di chi pensa che la nostra competitività si gioca ancora sui costi piuttosto che sul valore. E’ il solito eterno presente che ci costringe a restare nel passato perché non si sa cambiare. Invece non possiamo rinunciare a indicare un nuovo modello di specializzazione per un diverso sviluppo, più sostenibile. Perché questo è l’unico modo per difendere le condizioni di chi lavora e assicurare un futuro al Paese e all’Europa.
Per questo la manifestazione del 25 ottobre è aperta a tutti, perché è una manifestazione per tutti. Perché l’Italia vince se promuove il valore del lavoro, non se lo declassa a merce. Anche per questo le nostre proposte devono arrivare in ogni luogo di lavoro e a tutti quelli che il lavoro non ce l’hanno o lo trovano solo senza diritti. Lottiamo per unire. E dobbiamo far crescere l’unità. Abbiamo già valicato il 60% degli obiettivi di partecipazione e mancano ancora 15 giorni. Anche se superiamo il 100%, tranquilli, non si rimanda indietro nessuno.

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