Lettera a chi pensa che il sindacato non serva
Di: Marta Alfieri*
lun 03 nov, 2014
marta

Ciao Francesco sono Marta, la ragazza che hai conosciuto qualche giorno fa, seduta accanto a te nello studio di La7 a “L’aria che tira”.
Approfitto di questo spazio che è già stato tuo perché nella durata ristretta del programma non ho avuto lo spazio per poterti dire alcune cose, per parlare con te.
Ricordo però che ridevamo per sciogliere un po’ dell’imbarazzo e della tensione mentre il momento del nostro intervento si avvicinava. Era la prima volta che mi confrontavo con quel tipo di esperienza, una diretta televisiva, io che ancora dovevo realizzare cosa mi fosse successo il sabato prima sul palco di Piazza San Giovanni a Roma circondata da migliaia di persone. Forse un milione.
Se ci fosse stato tempo e modo ti avrei raccontato la mia giornata, che inizia alle 6 e mezza e mi vede su strade di montagna per molte ore al giorno, ti avrei raccontato di quando piove o di quando nevica o di quando ci sono 35 gradi alle due del pomeriggio, di come la Panda delle poste non riesce a passare nei vicoli medievali dei nostri stupendi borghi e di come i postini se li facciano a piedi in qualsiasi condizione climatica e sulle salite erte di pietra serena con in braccio la poca posta rimasta e il peso di chili di pubblicità ingombrante che sembra sia l’ultima risorsa del recapito. Intendiamoci: a me piace il mio lavoro e non voglio certo passare da martire perché di martiri del lavoro in Italia purtroppo ce ne sono troppi e non hanno nome, diritti o volti.
Però non mi sento nemmeno privilegiata perché ho un lavoro, né tanto meno mi sento distante dal baratro dal quale l’Italia non riesce ad uscire, pensi che non ti capisca? Che non viva ogni giorno le problematiche del nostro tempo, che non abbia anche io un fratello con contratto free lance a Partita Iva, che mia cognata non sia una madre di due figli, precaria della scuola a 40 anni? Che i miei cugini sono disoccupati, che i miei amici laureati si barcamenano con la stagione estiva o facciano da galoppini per qualche studio? Che la collega dell’Ufficio accanto non sia stata costretta a sceglier un part time perché nella mia azienda ci sono esuberi?
Tu che ha detto di non riconoscerti in quella piazza, ti senti davvero più vicino il signor Serra al quale non vengono in mente neanche tre mestieri di fila mentre argomenta la limitazione al diritto di sciopero? Sono bravi: il problema della crisi è la resistenza delle parti sociali, è lo sciopero in sé, non il perché si indice, le motivazioni, le richieste dei lavoratori. Lo sciopero come una vergogna da nascondere agli uomini d’affari esteri come se in questi stessi giorni in Paesi come la Francia la Germania non si facesse lo stesso. Come se in questi anni le piazze di tutto il mondo non fossero attraversate da fermenti e proteste, dalla voglia, la necessità di un cambio di direzione.
Mentre eravamo a parlare, mentre nello studio arrivavano le notizie della conferenza stampa del Quirinale sulla trattativa Stato Mafia e lo spazio a noi dedicato inevitabilmente e giustamente si riduceva, c’erano in piazza persone che si scontravano con la polizia, lavoratori contro lavoratori, metalmeccanici di Terni contro poliziotti di Roma, e non solo per proteggere loro stessi e le loro famiglie ma anche per tutti quelli che verranno dopo o che oggi si trovano a guardarli con distanza.
E pensi che quei lavoratori non siano preoccupati per i loro figli, per il lavoro che non c’è più e scappa all’estero verso mercati che assomigliano a piazze di schiavi, dove la differenza la fa sì, davvero, l’assenza del sindacato.
Perché il sindacato è un’associazione di libere persone e la direzione che prende la decidono i singoli con il loro apporto e le loro azioni più di quanto dall’esterno non appaia.
Gente che come me lo fa per volontariato, che passa in Camera del Lavoro quando può facendosi altri 80 km perché io abito fuori dal capoluogo e quando arrivo mi sento anche un po’ in colpa, perché i sindacati non serviranno a niente, come dice sbrigativamente il nostro premier per evitare di confrontarsi sul merito, ma da noi c’è sempre la fila per i corridoi e quindi a qualcuno qualcosa faranno questi benedetti sindacati e questo senza andare a sfogliare i libri di storia perché oltre a qualche scandalo e storiella da italietta, i sindacati e la politica quando si sono mossi insieme e si sono saputi ascoltare hanno scritto, insieme, alcune delle pagine più belle e davvero progressiste d‘Italia, con conquiste e avanzamenti in termini di diritti e tutele che non sono privilegi, perché privilegio e diritto non hanno lo steso significato e nessuno ce lo può far credere. Perché le persone che hanno fatto le manifestazioni e gli scioperi e hanno ottenuto queste tutele sono persone come te e me, e tuo padre a quanto dici. E l’hanno fatto per tutti, non solo per loro che ci hanno messo la faccia in prima persona e rimesso di soldi, perché sappiano coloro che ci fanno i conti in tasca che noi lo sciopero ce lo paghiamo così come tanti altri servizi con un contributo che è inferiore a quanto tanti spendono in payTV e stronzate simili per poi venire a pontificare su come e dove erano i sindacati in questi anni di recessione.
E io chiedo a loro “e voi dove eravate? a far cosa?” perché ripeto il sindacato è fatto dal contributo di tutti coloro che si vogliono impegnare e non solo di apparato: io vi invito alla mia Camera del Lavoro, o a quella della vostra città o, spero, alla sede di un’altra qualsiasi associazione sindacale diversa dalla CGIL, perché scoprirete con sorpresa che è un posto aperto a tutti, uno spazio ancora concreto dove incontrarsi, poter reperire risorse, portare idee, contribuire veramente alla sopravvivenza e rinascita del nostro paese. E dove le persone hanno davvero la fotografia reale di questa Italia, i numeri della disoccupazione e della crisi perché la vedono nelle facce di chi viene ogni giorno a chieder aiuto, assistenza, informazioni.
Ti tendo la mano in segno di pace e di riconoscimento di un cammino che deve essere comune, un percorso di estensione dei diritti, di conquiste e riconquiste di lavoro, dignità e uguaglianza, perché il lavoro ricordiamoci rende partecipi in prima persona della società e questo noi non ce lo dobbiamo far togliere da nessuno. Né possiamo permettere che poche mele marce, diffuse nei sindacati come nelle parrocchie passando per gli uffici pubblici, i tribunali e le stanze della politica, diventino argomento per azzerare le istituzioni, delegittimare il mondo associativo e la nostra storia, insultare coloro che combattono per la legalità nelle aule di giustizia come nelle strade.

*Iscritta Cgil e volontaria in CdL Grosseto

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