Se otto ragioni vi sembrano poche
Di: Alessio Gramolati
mar 09 dic, 2014
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Questa settimana si apre con la notizia che la Commissione Europea ha invitato l’Italia a correggere i conti. Non c’è da esserne felici, intanto perché - nonostante le difficoltà che l’Europa incontra nella crescita - non pare affacciarsi un ripensamento sulle politiche dell’austerità. Ciò accade nonostante la Presidenza italiana, che pure aveva annunciato altre intenzioni. Con questo, siamo di nuovo al rischio di una nuova manovra correttiva. E se accadesse sarebbe un problema perché, come si è visto, le manovre non colpiscono equamente i nostri concittadini. Al netto del fatto che questo rischio andrebbe evitato, Europa o non Europa, un dato però resta: rispetto agli obiettivi e agli impegni che il governo aveva preso mancano 6 miliardi. Qualcuno ha sbagliato i conti o ha sbagliato le politiche. Credo che i conti siano in buona parte il prodotto delle politiche, tant’è che tutti i fondamentali segnano peggioramenti:
1. Crescono la disoccupazione, a partire da quella giovanile, e la precarietà
2. Diminuiscono i redditi da lavoro o da pensione
3. Crescono tariffe e tassazione a livello locale
4. Calano ancora i consumi
5. Non c’è ripresa degli investimenti
6. Aumenta più che in tutti gli altri paesi europei il numero dei super ricchi (+14%), segno di scelte poco eque
7. Non c’è traccia di una lotta efficace all’evasione e al lavoro nero
8. A queste inconfutabili verità si è opposto e imposto il Jobs Act
Tanto per non far capire bene di cosa si tratta, sul provvedimento è stata messa la fiducia, dando una sostanziale delega in bianco all’Esecutivo che, di fronte ai problemi del Paese, manda il messaggio che in Italia sarà facile investire perché diventa ancora più facile licenziare. Di nuovo, di fronte alla sfida competitiva, si oppone come nel passato l’abbassamento dei diritti, convinti che il lavoro povero farà di noi un paese ricco. Finché non ci libereremo da questo postulato ideologico, il nostro non sarà mai un Paese normale. E’ per un Paese normale che siamo costretti a scioperare.
Come vedete, ci sono otto buone ragioni per farlo. Se vi sembrano poche, pensate anche a Roma, al verminaio di corruzione e di intrallazzi che sta emergendo e chiediamoci se non valga la pena il sacrificio di uno sciopero per smettere con tutto questo. Il 12 dicembre scioperiamo perché siamo convinti che questo Paese può essere migliore. Questa idea non ci ha mai abbandonato ed è importante si sia fatta strada anche in altre organizzazioni: difendendo l’autonomia del sindacato abbiamo dato una mano anche alla sua unità. Non siamo né rassegnati né disillusi. Non siamo neppure chiusi in un rabbioso settarismo ma inclusivi e aperti alle ragioni dei più deboli. Il 12 dicembre sarà una nuova tappa di questo cammino: sempre dalla parte dei più deboli.

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