La crisi della costa e il modello dell'accordo per Piombino
Di: Alessio Gramolati
ven 19 dic, 2014
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Le difficoltà dell'economia della costa Toscana, con l'eccezione di Pisa che meriterebbe una riflessione a parte, vengono da lontano, e dipendono anche dal fatto che alla crisi delle molte partecipazioni statali presenti nell'area non si è accompagnato lo sviluppo di attività alternative, in grado di rimpiazzarle.

In alcune aree il turismo è riuscito in parte a creare una diversificazione, ma la qualità e l'intensità dell'occupazione (data anche la stagionalità) sono state insufficienti. Non solo, l'area costiera vede anche una ridotta offerta imprenditoriale. Il segno di questa lunga storia è ben evidenziato da alcuni indicatori che confermano un modello di sviluppo concentrato su poche attività, spesso isolate dal resto del sistema. Primo fra questi indicatori è la bassa domanda di lavoro; basti pensare che per raggiungere gli stessi livelli occupazionali toscani occorrerebbero per le province di Livorno e Massa Carrara almeno 18.000 ulteriori occupati, al netto della Cig che lì rimane molto alta.

A Livorno, il valore aggiunto pro-capite è al di sotto della media regionale, mentre ancora più grave appare la situazione di Grosseto e Massa Carrara che sono addirittura fanalino di coda della media nazionale. A questi dati vanno poi sommati quelli relativi alla qualità occupazionale: infatti, se in Toscana il rapporto fra i contratti a tempo indeterminato e quelli precari è rispettivamente del 65% contro il 35%, nelle province costiere questo rapporto peggiora di circa 10 punti (55% tempo indeterminato, 45% tempo determinato o parziale), con la conseguente caduta di reddito. Uno dei fattori che più influisce su questo quadro appare dato dal fatto che le province costiere risultano tra le aree meno manifatturiere della Regione, con il peso del settore inferiore per occupati al 12%, Grosseto addirittura al 6,9%. Ciò ha determinato le dinamiche recenti: la crisi ha colpito in primo luogo l'industria e ne ha anche esasperato le preoccupazioni, e soprattutto nella seconda fase si sta rischiando di ridimensionare eccessivamente la pur bassa presenza industriale della zona. In realtà questo processo riguarda tutto il Paese e con esso la Toscana, dove ormai il peso del manifatturiero è di poco superiore al 15%.

Questo processo di "deindustrializzazione precoce" è caratterizzato da comportamenti assai differenziati: c'è una parte della nostra industria che si mostra estremamente competitiva sui mercati internazionali, tant'è che il nostro export in questi anni di crisi ha superato tutte le regioni italiane; ma ci sono anche altre imprese che sono in profonda difficoltà. Nella costa il primo pezzo, a parte sporadiche eccezioni, manca, per cui la crisi di alcune aziende più rilevanti rischia di squilibrare l'intero sistema produttivo. Com'è noto non esiste una ricetta unica che sia in grado di definire il rapporto ideale tra industria e servizi, tuttavia sotto una certa soglia il sistema rischia di destabilizzarsi.

Questo rischio pare sia stato colto in ritardo probabilmente perché i primi segnali di crisi si formano nell'industria e solo dopo nei servizi, per cui c'è da temere che, se non si opporranno rimedi, la situazione subirà un crollo drammatico già nei prossimi mesi, quando ad esempio non ci saranno più risorse per la Cassa integrazione. Peraltro la stessa natura della presenza industriale costiera, caratterizzata da imprese multinazionali, rende questa economia particolarmente vulnerabile alla bassa fedeltà al territorio di queste realtà, e di contro non trova una presenza imprenditoriale diffusa in grado di reinventarsi nei momenti di difficoltà, come accade in altre parti della regione.

Per queste ragioni l'Accordo di Programma su Piombino rappresenta un modello importante. Quell'accordo è frutto della mobilitazione dei lavoratori della Lucchini e dell'unità di tutte le istituzioni e parti sociali nel confronto con il Governo. Rappresenta una buona pratica per il rilancio dell'industria su un livello competitivo più alto e ambientalmente sostenibile. Un modello nel quale la qualificazione dell'offerta logistica e infrastrutturale si è rivelato un formidabile fattore d'attrattività, come dimostrano le offerte di acquisto che hanno visto prevalere l'algerina Cevital. Quello stesso modello ha possibilità di dare risultati anche per Livorno, se si sapranno ricostruire analoghe convergenze. Per questo scopo è stata presentata anche qui una piattaforma sindacale che è alla base del confronto fra tutte le parti.

Ma è tutta la costa che ha bisogno di una politica di rilancio che, attraverso accordi e intese mirate, mobiliti investimenti e qualifichi produzione e sevizi, se non vogliamo mettere a rischio l'unità della Toscana. Se ciò non avvenisse, la nostra coesione sociale sarebbe compromessa. I primi segni di questa frattura purtroppo si stanno già manifestando e i localismi di ieri e di oggi, insieme agli egoismi di sempre, rischiano di alimentarli. E' tempo di reagire. Piombino ci dice che si può.

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