Quella primavera araba che abbiamo consegnato all'inverno
Di: Alessio Gramolati
lun 16 feb, 2015
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“Me ne vado, mamma, perdonami, i rimproveri sono inutili, mi sono perduto lungo un cammino che non riesco a controllare, perdonami se ti ho disobbedito, rivolgi i tuoi rimproveri alla nostra epoca, non a me, io me ne vado e la mia partenza è senza ritorno, io non ne posso più di piangere senza lacrime, i rimproveri sono inutili in quest’epoca crudele, su questa terra degli uomini, io sono stanco e non mi ricordo niente del passato, me ne vado chiedendomi se la partenza mi aiuterà a dimenticare”: così Mohamed Bouazizi, giovane tunisino, scrive alla madre poco prima di suicidarsi.
Mohamed è un ragazzo che campa stentatamente vendendo frutta e verdura per le strade desolate di Sidi Bouzid, una cittadina nel centro della Tunisia. Il 17 dicembre 2010 tre poliziotti lo fermano per controllare la licenza: è un metodo ben noto, vogliono soldi o merce per chiudere un occhio sul suo carretto abusivo.
Ma stavolta finisce male: gli agenti lo minacciano, lo umiliano e, sordi alle proteste e alle preghiere, confiscano il carretto, malandato ma indispensabile strumento del suo povero commercio.
Un'ora dopo Mohamed si dà fuoco davanti al palazzo del Governatorato e viene portato in ospedale in fin di vita. Ma quella fiamma che ha consumato la sua disperazione, simbolo del coraggio della ribellione e non del delirio dei terroristi-kamikaze, all'improvviso accende la rivolta di altri ragazzi, che danno il via alla stagione della Primavera araba.
Primavera che, purtroppo, è precipitata nell'inverno senza conoscere l'estate. In Libia ad esempio la situazione è diventata drammatica. I jihadisti sono lì, a un passo da noi, e quotidianamente sentiamo la dettagliata cronaca delle loro atrocità, in cui l'asticella dell'orrore viene spostata ogni volta più in alto: basti pensare ai 21 lavoratori egiziani uccisi solo per il fatto di essere cristiani. Oggi ci stiamo interrogando su come affrontare questa emergenza, e l'unico modo con cui si pensa di reagire è evocare scenari di guerra: un rammendo che non sembra migliore del buco.
No, non basta premere il dito sul grilletto. Di conflitti sbagliati ce ne sono stati sin troppi, e l'Isis - non dimentichiamolo - è certamente uno dei prodotti di questi sbagli.
Sarebbe piuttosto responsabilità di tutti interrogarsi su cosa è stato fatto, e cosa non è stato fatto, per non far spegnere quella Primavera, costretta alla solitudine dagli egoismi degli Stati e dall'assenza di una strategia europea. E' solo partendo da qui, e con la sete di giustizia che aveva Mohamed, che si può cercare di capire come uscire da una situazione inquietante.

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