Cavalli si nasce
Di: Tomaso Montanari*
lun 04 mag, 2015
Tomaso Montanari

(*l'autore è docente all'Università di Napoli e presidente della giuria del premio 'Cavalli del lavoro' di Cgil Toscana)

La prima cosa che mi è venuta in mente quando Alessio Gramolati mi ha chiesto di far parte della giuria dei Cavalli del Lavoro di quest'anno è stata una famosa poesia di Bertold Brecht, Tebe dalle Sette Porte:

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì ?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò ? In quali case,
di Lima lucente d’ oro, abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
è piena d’ archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti? Anche nella favolosa Atlantide,
la notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’ India
da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi
oltre a lui l’ ha vinta?
Una vittoria ogni pagina.
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’ uomo.
Chi ne pagò le spese ?
Quante vicende,
tante domande.

Certo Cesare fu un gran cavaliere: ma qua – oggi: per un giorno almeno – ci sta a cuore il suo cuoco. Uno splendido cavallo del lavoro ante litteram. E davvero questa poesia potrebbe essere il manifesto ufficiale del Premio Cavalli del Lavoro. Perché essa parla dei nomi e delle storie, pur così diverse, che oggi sono simboleggiate da coloro che sono premiati: così diversi, eppure così uguali. Forse perché – direbbe un illustre membro della giuria e grande amico del Premio, Sergio Staino – cavalli si nasce.
Il concerto e la premiazione avrebbero dovuto tenersi nella cosiddetta Cava di Michelangelo, a Torano. Ma chi li «trascinò quei sassi»? Non Michelangelo, no. Né tantomeno i suoi committenti, fossero Giulio II o Clemente VII. Furono migliaia di operai senza volto e senza nome, che nessuna storia potrà mai farci davvero conoscere.
E sono senza nome i cavatori che ancora oggi si cimentano con la montagna, in cima alle Alpi Apuane. Le tossine della propaganda e della menzogna che hanno avvelenato il dibattito pubblico sull'eccellente Piano del Paesaggio toscano costruito dall'assessore regionale Anna Marson hanno provato a dirci che la tutela dell'ambiente e della salute sarebbe stata incompatibile con il loro lavoro.
Ma questa è – ancora una volta – la storia scritta dai cavalieri: non quella vissuta dai cavalli. Perché nell'istinto del cavallo c'è la percezione della realtà. E la realtà è che non si può scegliere tra lavoro e salute o tra lavoro e ambiente: perché sarebbe come scegliere tra essere un lavoratore ed essere un uomo, o una donna.
Sostenendo il Piano del Paesaggio, la CGIL toscana non ha solo mostrato la strumentalità di chi cerca di opporre l'articolo 1 all'articolo 9 della Costituzione facendo implodere il sistema dei principi fondamentali su cui poggia la Repubblica, ma ha interpretato in modo perfetto il senso più profondo della Repubblica fondata sul lavoro. Come ha ben chiarito il costituzionalista Massimo Luciani, fondare la Repubblica sul lavoro, e cioè sull'unica forma di redenzione dal bisogno che accomuna gli esseri umani, vuol dire fondare la Repubblica su un dato profondamente egualitario e universale, sulla persona umana a tutto tondo, e sul suo «pieno sviluppo» (art. 3). Per rappresentare i lavoratori devo rappresentare la persona tutta intera: con la sua salute fisica e mentale, che salvo se salvo il paesaggio, l'ambiente, il territorio, l'aria, l'acqua, le montagne. Non c'è da una parte il lavoro, dall'altra l'ambientalismo: semmai da una parte la persona umana, dall'altra la brutale ricerca di profitto senza utilità sociale.
Così come non c'è da una parte l'etica, e dall'altra la politica: ed è questo che ci ricorda il premio assegnato a Giusy Nicolini, che fa più politica a Lampedusa che tutto il Governo a Roma.
'Lavoratore', dunque, nel linguaggio della Costituzione è un modo più preciso per dire 'cittadino' a tutto tondo. Dire che «l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» significa chiarire fin dall'inizio qual è il Paese che la Costituzione progetta. Un Paese in cui la democrazia è indissolubilmente, geneticamente, legata al lavoro. E cioè un Paese in cui l'interesse generale – e la volontà e la forza politica di attuarlo – si determinano attraverso «l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese» – e queste sono parole dell'articolo 3.
Il fondamento della democrazia italiana. Cioè non un problema di parte (delle parti sociali), ma la condizione essenziale, vitale, della democrazia italiana.
Tutta la Costituzione, infatti, è intessuta da un numero straordinario di riferimenti espliciti al lavoro e ai lavoratori E qua non sarà inutile ricordare che nello Statuto Albertino la parola 'lavoro' non ricorre nemmeno una volta: ecco la rivoluzione. Perché mentre lo Statuto del Regno d'Italia si fondava sulla proprietà privata come valore assoluto e metro di ogni altro valore, la Costituzione della Repubblica fonda sul lavoro l'Italia da ricostruire.
Fin dal suo primo articolo, la nostra Costituzione è – usiamo, a Firenze, le parole di Piero Calamandrei – la promessa di una rivoluzione. La Carta non sancisce un nuovo ordine scaturito da una rivoluzione avvenuta (perché la rivoluzione non è avvenuta), ma è – sono ancora parole di Calamandrei – «una polemica contro il presente, contro la società presente. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani».
Ecco, anche il Premio Cavalli del Lavoro, e la sua celebrazione a Carrara, dà un giudizio contro l’ordinamento sociale attuale. E, soprattutto, prova a costruire il metro con cui vorremmo costruirne un altro: a misura di cavalli, non di cavalieri.

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