'In Toscana il nuovo è nato dal confronto'
Di: Alessio Gramolati su La Repubblica/Firenze [di Ilaria Ciuti]
sab 23 mag, 2015
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di Ilaria Ciuti D.:  Alessio Gramolati, da segretario della Cgil Toscana cosa è cambiato con la più lunga crisi mai vista?
R.: «E` cambiato molto e nulla tornerà come prima».
D.:  Cosa è cambaito?
R.: «Intanto i centri decisionali degli investimenti bancari. Mps non è il solo caso. Le funzioni strategiche delle banche sono uscite dalla Toscana con evidenti conseguenze per un sistema di imprese poco capitalizzate. Si sono ridotti gli impieghi e il ruolo di molti protagonisti dell'economia locale. Diversamente dalle multinazionali e di una parte delle cooperative, meno dipendenti dal nostro sistema bancario e con un peso crescente».
D.: E poi?
R.: «Hanno sofferto anche gli investimenti pubblici, ridotti ben oltre i vincoli di stabilità. I tagli non hanno avuto conseguenze solo sui costi e la qualità dei servizi, ma anche sull'innovazione e lo sviluppo che l`investimento pubblico trainava». L'effetto dei due fenomeni? «Un quinto degli investimenti è crollato, 45 miliardi in meno, dice l`Irpet. Sono cresciute le disuguaglianze, sia sul mercato del lavoro e i redditi sia tra imprese e territori. Il rischio di una frattura nel modello di coesione sociale della Toscana è tutt'altro che scongiurato».
D.: La ricetta per impedirlo?
R.: «Favorire investimenti e occupazione, aggredire le disuguaglianze. Innovando perché il vecchio modello era già inadeguato. La "parità" eurodollaro, la caduta del prezzo del greggio, l'iniezione di liquidità della Bce sono fattori esterni positivi. Ma se i singoli paesi intercetteranno la spinta dipende dalle rispettive capacità competitive, legate a investimenti e innovazione. Nel passato miopia e egoismi hanno giocato la sfida sui costi anziché sul valore e, nonostante il fallimento, si insiste ancora, come nell'attacco allo statuto di lavoratori».
D.: Quale ruolo per la Toscana?
R.: «Dobbiamo convincerci che possiamo giocarcela. Abbiamo mostrato una vitalità in cui pochi credevano. Per alcuni indicatori primeggiamo con le regioni più dinamiche d'Europa. Serve contrastare la tendenza alla deindustrializzazione che aveva puntato su rendita e servizi poco qualificati. Riguarda il capitalismo nostrano: per investimenti stranieri siamo secondi solo alla Lombardia».
D.: Cosa ha fatto la Cgil?
R.: «Nonostante le difficoltà,molto. Anche con Cisl e Uil, soprattutto coni persone come Walter Liotta tragicamente scomparso l'altro ieri. In 6 anni abbiamo siglato 80.000 accordi per salvare dal licenziamento 265.000 persone e difeso un patrimonio produttivo. Sarà più difficile salvare le aziende adesso che l`'Aspi rompe il rapporto tra lavoratore e impresa. Tra il 2011 e il 2013 si sono contrattati 3.500 posti di lavoro nelle multinazionali. Fino a inaugurare gli accordi di programma tra governo, istituzioni locali e sindacati che portano investimenti pubblici, volano di quelli privati. Si è iniziato a Piombino e si sta coinvolgendo tutta l'economia costiera colpita dalla frattura sociale di cui parlavo, garantendo un balzo infrastrutturale vantaggioso per il paese. Dobbiamo vigilare su piani industriali e rischi di infiltrazioni criminali, ma le potenzialità occupazionali vanno oltre la difesa dell'esistente. In tutto questo il lavoro è stato protagonista».
D.: Il presidente Rossi dice a Repubblica di capire il piglio decisionista di Renzi nel suo tentativo di cambiamento.
R.: «Con l'immobilismo non si batte la crisi, ma sono le decisioni sbagliate a averla provocata. Il merito fa la differenza. In Toscana il confronto non ha prodotto immobilismo ma decisioni condivise in cui noi siamo stati dalla parte del cambiamento: nell'aggregazione dei servizi pubblici, nella conciliazione tra sviluppo e paesaggio, nel riordino delle province».
D.: Rossi dice anche d'indagare sulle condizioni del lavoro.
R.: «La crisi nel mondo ha cancellato milioni di posti di lavoro e bruciato 1.218 miliardi di salari. Da 2009 al 2013 pensioni e stipendi in Toscana sono cresciuti del 5%, ma l'inflazione del 7% e le tasse di più del 12%. Il lavoro precario ha superato il 30%. Diritti costruiti in decenni sono stati cancellati, la condizione di lavoro è evidentemente peggiorata. Crescono solitudini e paure, è ovvio che si cerchi di reagire, eppure c'è chi è sempre più insofferente dell'azione contrattuale e collettiva e di chi chiede rispetto delle regole. Guardi alle pensioni: anziché preoccuparsi della riforma Fornero c'è chi polemizza con la Corte Costituzionale che ha fatto il proprio dovere constatandone l'illegittimità. Non sono solo pochi snob convinti che con lo schiavismo gli africani abbiano visto l'America. E` un'altra idea di democrazia. C'è un processo di disintermediazione e decontrattualizzazione da contrastare anche con più democrazia economica. Non certo con la ricetta gerarchica e arcaica, nelle imprese come nella scuola, del lavoro come fatto subalterno e non di emancipazione. Non mi pare il modello per affrontare la sfida dell'innovazione. Un lavoro dignitoso, questo sì».

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