Scuola, troppe cose non vanno. A settembre sarà ancora mobilitazione
Di: Alessandro Rapezzi
gio 13 ago, 2015
Alessandro Rapezzi

Il Ddl sulla scuola è legge, approvato con la fiducia messa al Senato nella prima metà del mese di luglio. Come altre volte è accaduto, i provvedimenti di modifica del settore scuola si deliberano nei mesi estivi per attenuarne l'impatto, ma a settembre i “nodi” verranno al pettine e la mobilitazione riprenderà, su più punti, perché chiaramente la legge non affronta e non risolve molti problemi della scuola italiana.
Avremo in Toscana, tra la prima e la seconda fase, circa 6.500 stabilizzazioni: infatti non possiamo parlare di assunzioni nuove, perché se queste non si facessero in Toscana avremo quasi 8mila supplenze annuali. Vuol dire che si rende strutturale una spesa che lo Stato sostiene comunque e, come si capisce dai numeri, le assunzioni non bastano lo stesso a coprire tutte le supplenze annuali. E' evidente la positività del fatto di stabilizzare 6.500 posti, sono una boccata di ossigeno per la qualità della scuola e per la vita di quei lavoratori, ma ricordo che questo arriva a seguito di una grande iniziativa vertenziale che ha portato lo Stato italiano davanti la Corte di Giustizia Europea per i contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi usati nei nostri settori. E che prezzo pagano i lavoratori nel loro insieme per questa stabilizzazione? Il mondo del precariato ne esce completamente ridefinito rispetto ad una condizione che non ha scelto, ma che ha subito, il Contratto nazionale non esiste più. Possibile che la sinistra in questo Paese non abbia più una idea di come debba essere la natura giuridica del rapporto di lavoro di un dipendente pubblico? La legge sulla scuola ri-legifica questo rapporto: il contratto nazionale non esiste più, un percorso avviato da Brunetta proseguito con i vari Governi completato adesso. La legge affida anche al Governo ben nove deleghe che intervengono su materie tipicamente contrattuali. Nel momento in cui il Governo diventa “datore di lavoro”, insieme al Parlamento, viene meno quel ruolo di terzietà tipico dello Stato italiano nella dialettica nel mondo del lavoro: l'Italia come Repubblica fondata sul lavoro fa di quest'ultimo il luogo del riscatto, della dignità, della realizzazione della persona e del cittadino. Lo Stato deve rimuovere ostacoli e favorire questi processi. Ecco perché deve essere arbitro e non giocatore: la privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico per noi era stata salutata come un passo in avanti, si raggiungeva autonomia dalla politica. Adesso, con la riforma, il Dirigente Scolastico diventa “autorità salariale” suo malgrado, una evidente caratterizzazione di un ruolo e di una funzione. La Corte Costituzionale ha riaperto la questione dei contratti pubblici: l'autunno dovrà avere questi temi protagonisti, perché attraverso il recupero del potere d'acquisto dei nostri salari si possa riaffrontare anche il tema più generale della professionalità del personale della scuola, e più in generale di tutti i settori pubblici. La legge inoltre sembra ispirata ad un concetto di semplificazione dei processi decisionali all'interno della pubblica amministrazione: pare quasi che la gestione manageriale, che assegna maggiori responsabilità a pochi, che asciuga i percorsi decisionali, di per sé sia un valore che risolve i problemi.
Vedremo, certo è che scuola e università, autonomie istituzionali di rango costituzionale, fanno del processo partecipativo, dell'equilibrio fra organi, un valore. Un valore che forse non ha i ritmi del tempo, ma che sicuramente garantisce una crescita collettiva delle comunità. Per tutto questo il tema referendario deve essere affrontato con cura: troppo complesso per liquidarlo in 45 giorni, troppo articolato per costruire quel consenso necessario che vada oltre gli stessi addetti e che richiede tempi diversi. Non vuol dire non praticarlo, vuol dire coinvolgere, selezionare, articolare, rilanciare contenuti che abbiano come obiettivo la ricerca del consenso su una idea alta di educazione, istruzione, formazione. Il primo giorno di scuola porterà tutti questi temi, non ideologici, ma concreti con effetti diretti sulla pelle delle persone che ci lavorano. Dobbiamo suscitare domande, dobbiamo suscitare pensieri e in questa epoca così complessa l'attenzione non è facile da ottenere sempre. Ecco perché affronteremo questi temi con “effetti speciali”, forse diversi da territorio a territorio.

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