Lavoro, cosa va cambiato
Di: Susanna Camusso
gio 31 dic, 2015
Susanna Camusso



In questi giorni i giornali ricordano che con il "nuovo scalone" per le lavoratrici si compie un'altra delle ingiustizie della legge Monti Fornero sulle pensioni. Eppure, nonostante l'evidenza della stortura delle norme e nonostante l'evidenza che un continuo allungamento dell'età pensionabile, in nome di una aspettativa di vita che peraltro non cresce più, provoca solo maggiore disoccupazione, il governo ha scelto e voluto non affrontare il cambiamento del sistema previdenziale. La furia riformista si è fermata di fronte alle ingiustizie che logorano molte, troppe, lavoratrici e lavoratori, alle esigenze di tante imprese che non sanno più come affrontare le riorganizzazioni strette come sono tra ammortizzatori più costosi e ridotti e pensionamenti che continuano ad allontanarsi. Sono esplose le contraddizioni, come come quelle dovute all'anomala esplosione dei voucher che rappresentano la trasformazione in precariato di tanto lavoro regolare che si era riusciti nel tempo e con fatica a far emergere. È mancata la volontà di ripensare il sistema in termine di equità di riconsiderarlo per dare risposte agli effetti reali determinati nel mercato del lavoro dai recenti cambiamenti normativi. Anche le piccole modifiche che sono servite acoprire le urgenze, come la norma giusta e da tempo invocata, che permette il part time a tre anni dalla pensione è assai distante da poter rappresentare una risposta sufficiente. Quella compiuta dal governo è una scelta sempre più ingiustificabile che Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di contrastare aprendo una vera e propria vertenza sulle pensioni, per rideterminare un sistema equo a partire da due presupposti essenziali: bisogna riconoscere che il lavoro e l'aspettativa di vita non sono uguali per tutti e che il lavoro va valorizzato e rispettato anche per la sua fatica, difficoltà ed umiltà; si deve restituire ai giovani e alle giovani là possibilità di avere una previdenza dignitosa. Chiediamo una convocazione del governo, un vero confronto, una scelta di cambiamento senza cui inevitabile sarà la mobilitazione. Le pensioni sono il nervo scoperto di tanta parte del mondo del lavoro. Sono la preoccupazione, e in molti casi la disaffezione, di tanti giovani che hanno molte ragioni per credere che non avranno un futuro pensionistico. Un paese non può rassegnarsi a programmare un futuro di povertà ai futuri anziani. Pensioni e contratti da rinnovare, pubblici e privati, con un nuovo modello di relazioni industriali sono dunque le priorità nell'anno che viene. Sono i temi che devono segnare una nuova stagione, che mette fine all'epoca della finanziarizzazione, dell'austerità, dello scaricare sui lavoratori i costi dei fallimenti delle politiche della destra, per ripartire dalla dignità, qualità e rispetto del lavoro . Non è stata solo la più lunga crisi che abbiamo conosciuto ad aver aumentato a dismisura le diseguaglianze portando nel mondo del lavoro divisione e cancellazione dei diritti. Le responsabilità sono in gran parte in un capitalismo declinante, nell'assenza di capitali pazienti dedicati all'investimento, alla qualità dei prodotti e dei processi, al progressivo ritrarsi dello Stato investitore ed innovatore capace anche di indicare e indirizzare le scelte di sviluppo. C'è bisogno, davvero è presto, di una nuova legittimazione del lavoro, del suo valore, della sua dignità, dei diritti delle persone che lavorano. Il nostro sguardo non è al passato, ma a come dare senso e traduzione ai diritti del lavoratore, includendoli tutti, nuovi e vecchi, subordinati e non, come pure il lavoro autonomo che lo è spesso più per volontà che per effettiva condizione. Bisogna cambiare, determinare discontinuità da una lunga fase che ha sostituito il diritto commerciale a quello del lavoro, la deroga alla contrattazione, l'esclusione alla partecipazione dei lavoratori. Nasce da questo bisogno la proposta della Cgil della "Carta dei diritti universali del lavoro". Un nuovo Statuto per reimpostare positivamente la condizione del lavoro, dai diritti alla contrattazione inclusiva, applicando quegli articoli della Costituzione da tempo disattesi. Dal 18 gennaio la Cgil consulterà le iscritte e gli iscritti, chiederà loro di esprimersi sulla Carta e sugli strumenti per sostenerla. Una scelta di democrazia, coinvolgimento, partecipazione, mobilitazione e responsabilità. Non la solitudine di un decisore, ma il confronto, la verifica, il contributo, la decisione collettiva. Sarà una discussione che non vogliamo limitata alla Cgil, ma che vuole interloquire con CISL e UIL, con le associazione delle professioni e dei precari, con giuristi e intellettuali. Una scelta che immagina un futuro in cui dignità e rispetto del lavoro sono il filo rosso che unisce il Paese.
 

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