No alla Cittadella della disabilità, sì a un'inclusione sociale vera
Di: Adriano Turi
lun 29 feb, 2016
Adriano Turi

Vogliamo esprimere la nostra contrarietà al progetto della “Cittadella della disabilità” di Empoli, e auspichiamo che si realizzi una coesione politica fra tutte le forze che considerano l'inclusione sociale come un valore aggiunto per la crescita di tutta la comunità. E iniziamo questo contributo alla discussione, riguardante la nostra contrarietà al centro polivalente per disabili, con il concetto caro al professor Adriano Milani Comparetti, pediatra e neuropsichiatra, specializzato in paralisi cerebrali, colui che ha smosso le coscienze e ha trascinato operatori e utenti nella lotta per l'integrazione dei soggetti disabili nella società di tutti, transitando questo traguardo dall'utopia alla realtà. In una delle sue ultime interviste affermava che, quando aveva fondato i suoi centri, ci aveva messo poco tempo a riempirli, mentre c'erano voluti molti anni per far avanzare i processi inclusivi e per restituire i ragazzi alla società. Le sue collaboratrici sostenevano, in sintonia con Milani, che la riabilitazione fine a se stessa non serve a niente, non funziona. Perché questa sia efficace deve avvenire necessariamente in un contesto di inclusione sociale e, meglio ancora, nel contesto di vita della persona con disabilità.
Questo è il modo più efficace per evitare le gabbie d'oro o isole dove, nel migliore dei casi, non manca niente dal punto di vista materiale, ma viene meno quella affettività che è il frutto dell'intreccio con le relazioni interpersonali che è facilitato dall'inclusione sociale a tutto tondo. Oltre alla ghettizzazione data dalle gabbie d'oro, si evitano fenomeni di maltrattamenti e abusi di vario genere al punto da diventare dei veri e propri lager, purtroppo ritornati di cronaca in questi giorni. Il nostro obiettivo, oggi, è lottare per un'inclusione vera. Solo attraverso un'inclusione sociale autentica la comunità vive e cresce. Un'inclusione sociale che non sia solo di facciata, ma sostanziale e a tutto tondo. Solo in questo modo gli individui possono crescere, stimolandosi reciprocamente e contribuire al benessere della società.
Noi crediamo fermamente che ogni individuo abbia delle potenzialità importanti da esprimere e da mettere al servizio degli altri. Il solo modo per fare questo è lavorare tutti insieme per una reale inclusione sociale. La Cgil è il sindacato dei diritti e della solidarietà, come affermò il suo ex segretario Bruno Trentin, perché si rendeva conto che a fronte delle esigenze poste dalle persone più deboli per vari motivi, a ben guardare, dei risultati non ne beneficiavano solo i richiedenti, ma, inevitabilmente, tutti. In questi anni di crisi economica e soprattutto politica, perché di quest’ultima si tratta, ognuno deve riappropriarsi del proprio compito: la “politica” come luogo di regolazione degli interessi particolari per individuare sintesi collettive, una risposta all'intera società, funzione che dovrebbero svolgere i partiti politici, ma che con la loro scomparsa o meglio la personalizzazione non riescono più a fare. In questa situazione, gli sforzi del Coordinamento Disabilità della CGIL hanno finito per svolgere un ruolo di supplenza della politica, perché sono volti alla ricerca ed alla progettazione di una società possibile, in cui la solidarietà fra soggetti “forti” e “deboli” fosse il fattore distintivo e qualificante nei rapporti fra i suoi componenti.
Spesso, noi persone disabili veniamo accusati, anche da chi rappresenta le istituzioni, di essere eccessivi nelle richieste; vogliamo quindi chiarire, cosa significa essere una persona disabile o averla in famiglia, i bisogni, le energie necessarie, le spese che un nucleo familiare deve fornire per permettere ad un disabile una vita degna di essere vissuta.
Il welfare è la condizione sine qua non di una società che vuole ridurre le disuguaglianze. La presente affermazione può apparire retorica, visto che la nostra Costituzione, negli articoli 2 e 3, prevede esplicitamente tra i suoi principi fondamentali lo stato sociale. Una società che voglia fregiarsi della qualifica di “civile” deve essere una società che offra un welfare personalizzato cioè a misura d’uomo, presupposto riscontrabile solo in società mature e consapevoli, con elevato grado d’istruzione. Ecco un’altra ragione dell’importanza fondamentale dell’istruzione: dare a tutti la capacità di potersi emancipare. In una società civile, il welfare è strutturato in modo da offrire a chiunque ne abbia bisogno, in qualunque momento della propria vita, l’accesso agli strumenti più idonei al superamento della criticità esistenziale incontrata. La società che definiamo civile è consapevole degli elevati investimenti economici e culturali necessari per un welfare di qualità, in grado di assistere le persone bisognose, ma è altrettanto consapevole che il recupero, anche non al 100% di queste persone, si traduce comunque in un progresso per l’intera comunità. Tale processo passa ineluttabilmente attraverso il riconoscimento della dignità e della possibilità concreta di integrazione dei soggetti “deboli”, fornendo loro la consapevolezza della propria importanza e fornendo loro la possibilità di dare il proprio contributo al progresso collettivo. Parliamo quindi di vita indipendente, di autodeterminazione: questo vale, a maggior ragione, per quelle persone che hanno una disabilità psichica, anche se ci rendiamo conto che la questione è più complessa. Per poter realizzare concretamente ciò, occorre che la società che si fregia dell’aggettivo civile dia al cittadino gli strumenti per poter scegliere liberamente, evitando le non scelte ed ogni forma di costrizione, anche in caso di opzioni economiche o religiose, apparentemente “migliori”. I principi di scelta dignitosa e di autodeterminazione devono valere per tutti, e tanto più per quelle persone che, per una ragione o per l’altra, si trovano nelle fasce deboli della società. Questa è la posizione del Coordinamento delle Politiche per la Disabilità, fatta propria da tutta la Cgil.

(l'autore è coordinatore delle politiche della disabilità in Cgil Toscana)

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