Il coraggio delle lavoratrici invisibili e quella parità che ancora non c'è
Di: Francesca Betti
lun 07 mar, 2016
Francesca Betti

Curiosamente l’arrivo di questo otto marzo coincide con l’ingresso nel mio ottavo anno di lavoro nel settore dei multiservizi. Sono una lavoratrice in appalto dell’Università di Firenze e nello specifico un’addetta alla portineria. Nel nostro Paese portierato e pulizie sono impieghi che occupano prevalentemente donne, spesso straniere. Si tratta di un lavoro “invisibile”, malpagato, quasi sempre a tempo parziale che nonostante tutto consente a molte lavoratrici di mantenere famiglie lontane e di affrancarsi da matrimoni difficili. Ogni giorno ascolto molti racconti, e al di là di ogni dato statistico, mi sento di poter affermare che molte delle mie colleghe sono vere e proprie capofamiglia, che con coraggio e dignità, seppur con molti sacrifici, riescono, con i pochi soldi riscossi a fine mese, a mantenersi e talvolta a provvedere da sole anche al sostentamento dei loro figli.
Era il lontano 2008 quando firmavo il mio primo “vero” contratto, felice di aver trovato un impiego che mi permettesse finalmente di conciliare studio e vita lavorativa. Non è stato semplice ma usufruendo dei permessi per il diritto allo studio e soprattutto grazie all’aiuto di colleghe e colleghi, sono riuscita a laurearmi, a fare un master e mi accingo a farne un altro in Diversity Management e Gender Equality. Lo faccio con un misto di entusiasmo, perché credo che la formazione sia uno dei più potenti strumenti trasformativi, ed amarezza, perché vorrei vivere in una società realmente inclusiva, dove percorsi di questo tipo non sono necessari perché esiste già un’effettiva parità tra uomini e donne e il rispetto della diversità in ogni sua forma.
Al contrario, ad oggi, come dimostrano i risultati del Global Gender Gap Report del World Economic Forum che misura il divario di genere nel mondo, l’Italia deve fare ancora molta strada da questo punto di vista: siamo infatti il 111esimo su 145 paesi con un tasso di disoccupazione femminile del 13%. Un’italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo, una donna su 4 decide di lasciare il lavoro quando aspetta un figlio e dopo la maternità solo 48 donne su 100 riprendono a lavorare. Insomma, continuano ad esistere, non solo soffitti ma anche pareti di cristallo che segregano il genere femminile verticalmente ed orizzontalmente in alcuni posti di lavoro, escludendolo da altri.
Quali soluzioni ha proposto il nostro governo per ridurre tutte queste disuguaglianze ed evitare questo spreco di talenti?
Fino ad ora nessuna! Anzi, come sottolinea il Rapporto sull’attuazione della Piattaforma d’Azione di Pechino – Rilevazione quinquennale: 2009 – 2014 – Cosa è veramente stato fatto in Italia, le autorità italiane sono in notevole ritardo nell’attuazione di politiche relative alle 12 aree individuate della suddetta Piattaforma.
In particolare, continuano a mancare monitoraggio e valutazione delle politiche di genere messe in atto. I dati e le informazioni statistiche necessari per la progettazione di tali interventi non vengono rilevati periodicamente ma soltanto in presenza di finanziamenti ad hoc: ciò rende impossibile l’implementazione della raccolta di dati gender oriented e di conseguenza viene a mancare un quadro qualitativo e quantitativo sulla condizione delle donne nei vari contesti di vita.
Inoltre non è stata attuata alcuna misura per il superamento del divario retributivo tra uomini e donne. Piuttosto, il progressivo assottigliamento del già fragile sistema di welfare, unito all’aumento della precarizzazione del lavoro, incidono sempre di più sulla scelta delle donne tra vita privata e lavorativa: con l’accumularsi delle responsabilità familiari (cura degli anziani, dei figli, ecc.), lascia il lavoro chi ha una busta paga inferiore, ovvero la donna.
Infine, i pesanti tagli subiti nell’ultimo decennio da scuola ed università pubblica, hanno prodotto ulteriori effetti discriminatori su studentesse, insegnanti, ricercatrici, accademiche e lavoratrici (basti pensare alla riduzione del tempo pieno o ancora alla diminuzione del corpo insegnante).
Per favorire l’accesso delle donne al mercato del lavoro è quindi indispensabile pensare nuove soluzioni che redistribuiscano in maniera più equa il lavoro di cura in famiglia, andando così a smantellare il retaggio culturale che vede l’universo femminile come unico responsabile in tal senso. Ed è altrettanto fondamentale garantire sistemi di istruzione e formazione non discriminatori che consentano di migliorare l’accesso delle donne alla formazione professionale, tecnico-scientifica e permanente. L’istruzione è senza dubbio un importante mezzo per favorire l’integrazione, la decostruire gli stereotipi e migliorare le prospettive di inserimento e reinserimento lavorativo.

(l'autrice è una lavoratrice degli appalti nell'Università di Firenze)

Condividi questo contenuto

Le ultime notizie

14-09-2019
Nei primi sei mesi del 2019 la Toscana ha esportato 3,2 miliardi ....
14-09-2019
Gli auguri della Fnsi al neo sottosegretario Andrea Martella. ....
14-09-2019
Al via il 16 settembre la VI edizione dell’evento annuale ....
14-09-2019
Slc: "Siamo fermamente convinti che lo spirito solidaristico ....
14-09-2019
Lorna Vatta, ingegnere, con esperienza in ambito industriale ....
©CGIL TOSCANA - progetto sviluppato con il CMS ISWEB« di ISWEB S.p.A. | Credits | Privacy CHI SIAMO ISCRIVITI
Italiano     English     Franšais     Deutsch     Espa˝ol     Russo
Questo Sito Utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione sul sito. Se vuoi saperne di pi¨ leggi la Cookies Policy Ok (Informativa Estesa)