DAL 1° MAGGIO UN MESSAGGIO DI FIDUCIA NONOSTANTE TUTTO
Di: Alessio Gramolati - Segr.Gen. Cgil Toscana
gio 30 apr, 2009
Anche quest'anno saranno decine le manifestazioni per il ° Maggio in tutti i territori della Toscana. Il loro carattere non sarà rituale perché diverso è il tempo e la sfida che il lavoro vive. Il primo fatto è che il 1° Maggio sarà unitario.
Nonostante il lavoro costante e incessante del governo per dividere l’azione sindacale è un bene sia prevalsa questa scelta.
Ciò consente intanto di rassicurare chi in questa situazione di crisi e di incertezza è più esposto. Fra questi mettiamo primi i lavoratori ed i cittadini abruzzesi colpiti dal terremoto e accanto a loro le donne e gli uomini della nostra regione, che vedono insidiata o colpita la propria condizione di reddito e di lavoro. Sono ormai più di 120.000 che fanno i conti con la crisi. Precari e stabili, anziani e giovani, donne e uomini, migranti e italiani. In porzioni diverse ma con rischi analoghi primo fra tutti quello della disoccupazione.
In questo quadro critico il 1° Maggio deve essere una occasione di denuncia e di attenzione ma insieme deve contenere un messaggio positivo. Innanzitutto verso le lotte: quella della SCA, dei lavoratori siderurgici di Piombino, della St. Gobain, della Radicifil, della Seves solo per citare le ultime vertenze aperte, insieme a quelle dei precari sia dei settori pubblici che privati, perché tutte abbiano buon esito e trovino con le nostre controparti soluzioni alternative ai licenziamenti così come si è realizzato in decine di accordi in altre realtà produttive della Toscana. Mandare un messaggio positivo perché non può sfuggire quanto di buono esprime questo 1° maggio. Come leggere infatti la disponibilità dei lavoratori delle Acciaierie Piombinesi in Cassa Integrazione di andare ad assistere i terremotati abruzzesi. O il viaggio di solidarietà della FIOM di Firenze che mentre portava un camper della Laika riceveva la sottoscrizione dei lavoratori della Coop di Figline per la Pasqua dei bambini di quei territori e insieme la disponibilità di casette della Cellbox, oppure ancora insieme ai volontari la sottoscrizione di migliaia di lavoratori ed imprese pubbliche e private del nostro territorio. E infine come non riflettere sui 100.000 euro raccolti dalle comunità cinesi di Prato a favore degli italiani che hanno perso casa e lavoro. Probabilmente più cose, certo e prima di ogni altra la solidarietà.
Questo valore antico che ci viene riproposto ogni volta in nuove forme così sorprendentemente efficaci e moderne. Ma la solidarietà non basta a spiegare tutto questo, c’è in questi comportamenti qualche altra cosa una sorta di “sindrome del lavoro mobile”, del lavoro che “diviene” ma che, ad un tempo, è lavoro (per dirla con Calvino) che vuole “essere”. Un lavoro che cerca una nuova concretezza, una nuova socialità, una nuova stabilità di rapporti e di significati (oltre che un’ovvia solidità economica, retributiva e previdenziale). Che vuole costituirsi come la fonte di nuove solidarietà, fondate sulla materialità di una cittadinanza comune perché “convissuta”. Ma dove possiamo rinvenire le basi di una simile concretezza? se non nel territorio? Quello che è l’insieme dei modi di pensare, di credere, di nutrirsi, di colloquiare e lavorare tra chi in Toscana nasce e vive e tra chi viene da altri mondi e altri vissuti. Ora, nella congiuntura complicata che attraversa l’economia italiana a seguito sia della crisi sia per le sue debolezze strutturali, il rilancio cui tutti paiono aspirare (istituzioni, media, opinione pubblica) convergono sull’esigenza di puntare su fattori meno volatili: una produzione industriale di qualità, nuove tecnologie, capitale culturale e paesaggio come veicoli di immagine e occasioni per creare reddito. Si cerca, in una parola, nei territori la soluzione perché è lì che si gioca la partita in primis, quella del lavoro.
Oggi, infatti, il lavoro, come l’impresa e come la cultura sono chiamati a misurarsi con ampie regioni urbane, di big cities dalle quali dipende gran parte del futuro della società italiana. E la Toscana, con le sue tre Aree Vaste, ne registra una delle più interessanti e dinamiche d’Italia. Poiché raccoglie in sé tutte le componenti che fanno di un territorio un luogo capace di sviluppo reale. Vale a dire: a) capacità produttive & innovative; b) capacità di attrarre, di accogliere e di integrare; c) capacità di produrre nuova socialità. Parliamo di “capacità”, per l’appunto: non di risultati acquisiti. Perché esse costituiscono una matrice preziosa per un raccordo fecondo tra territorio e lavoro. In una parola, si tratta di un territorio ottimale. Il nostro compito oggi è proprio far diventare questa potenzialità un risultato tangibile. Perché c’è una domanda di concretezza che la crisi impone e questa pratiche di solidarietà ci sollecitano. Un Primo Maggio non rituale che dai territori rilancia la sfida della coesione e dello sviluppo.
Una sfida alta , da affidare ad un Progetto che non risponda solo all’emergenza. Esattamente ciò che manca all’attuale governo che nega infatti la necessità di politiche di contrasto alla crisi a partire proprio dalle politiche industriali, basti guardare alla cantieristica o alla navalmeccanica della nostra zona costiera, e che ancor peggio pensa di ridurre lo stato sociale affidandone una surroga al privato o alle rappresentanze sociali con il solo scopo di ridurre per queste ultime autonomia e libertà.
E’ il vecchio che avanza, quello che la crisi ha imposto al mondo di mettere da parte!

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