L'emergenza casa è diventata cronica, servono interventi nella Legge di Stabilità
Di: Sunia e Cgil Toscana
mer 09 nov, 2016
Case popolari

Emergenza abitativa e proposte per affrontarla nelle politiche abitative della Legge di Stabilità: segue il testo della lettera che Simone Porzio (segretario generale Sunia Toscana), Maurizio Brotini (segreteria Cgil Toscana) e Maurizio Bardi (resp. Dip. Ambiente Territorio Cgil Toscana) hanno inviato ai parlamentari della Toscana, al Presidente della giunta regionale Toscana Enrico Rossi, al Presidente del Consiglio regionale Toscana Eugenio Giani, al Coordinatore ANCI Toscana Matteo Biffoni, ai Gruppi consiliari Regione Toscana, ai sindaci dei Comuni capoluogo

Da anni, ormai, l’emergenza abitativa è diventata cronica. La crisi economica ha infatti accentuato un disagio crescente, anche in quegli strati sociali che sino a qualche anno fa si ritenevano immuni. Crescono le sofferenze sui mutui per l’acquisto, crescono gli sfratti per morosità nel comparto delle locazioni, crescono le difficoltà delle famiglie più deboli a pagare affitti che, nonostante la crisi del mercato immobiliare, restano distanti dalle loro capacità economiche. I numeri testimoniano questo disagio: oltre 190.000 sentenze di sfratto per morosità negli ultimi 3 anni, 433.000 richieste di esecuzione nello stesso periodo, una media di 70.000  sentenze per morosità all’anno, questi, insieme alle oltre 600.000 domande di alloggi popolari ed alle oltre 400.000 di contributi per l’affitto, sono i segni più evidenti della necessità di intervenire in maniera non sporadica sulle politiche abitative. La stessa composizione della domanda di abitazioni, sia a livello nazionale che territoriale, conferma la necessità di interventi strutturali di aumento dell’offerta di alloggi in locazione a canoni sostenibili. Le rilevazioni della Banca d’Italia e dell’Istat confermano che si riduce sempre più il reddito delle famiglie che hanno una casa in affitto o la cercano, basti pensare che circa il 70% delle famiglie in locazione è collocata nei primi due quintili di reddito e soltanto il 5% è collocata nel quarto.
La risposta sin qui data a questa situazione, è stata contradditoria e parziale. Il tentativo di coinvolgere risorse private per soddisfare la domanda attraverso il cosiddetto social housing si è rivelato largamente insufficiente nei numeri ed indirizzato essenzialmente al mercato della compravendita, riproponendo in buona  sostanza la classica edilizia convenzionata seppur in forme nuove. L’offerta di alloggi in affitto a canoni sostenibili è stata ed è assolutamente marginale e perlopiù limitata temporalmente. Alla prova dei fatti è evidente che questa forma di offerta non può avere, così come realizzata, un impatto significativo sulla parte più
consistente e disagiata della domanda e, per alcune aree del Paese, risulta inadeguata in assoluto. In sintesi si può affermare che il modello di social housing italiano ha fallito nell’obiettivo di costruire uno stock importante di abitazioni in affitto che allentasse la tensione sul mercato delle locazioni, per ripiegare ancora una volta sul sostegno all’acquisto della prima casa, operazione sicuramente meritoria ma assolutamente ininfluente per affrontare il disagio abitativo più grave.
Sul fronte dell’edilizia residenziale pubblica, ad esclusione dei positivi stanziamenti per il recupero ipotizzato di circa 12.000 alloggi in parte sfitti a causa di carenze manutentive, da tempo non si assiste ad un piano organico e pluriennale di aumento dell’offerta di alloggi a canone sociale ed in alcune Regioni ancora non si sono utilizzati i residui degli stanziamenti ex Gescal. E’ evidente che, di fronte a queste gravi carenze strutturali, assume ancora più importanza il governo delle dinamiche del mercato dell’affitto privato che oggi fornisce risposta a circa 3 milioni e mezzo di famiglie con le difficoltà ed i problemi che sinteticamente si  ricordavano.
Gli interventi legislativi su questo, che è il fronte più caldo dell’emergenza, sono stati essenzialmente pensati per tentare di affrontare periodi di crisi acuta e non per avviare politiche abitative di più ampio respiro come l’attuale disagio abitativo imporrebbe. Esempi di questa visione sono il “Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione” istituito dalla L.431/98 come forma strutturale di contributo ai soggetti più deboli e le agevolazioni fiscali per stimolare l’utilizzo dei contratti di locazione concordati. Il primo, partito con una dotazione annuale di 318 milioni di euro, è stato progressivamente ridotto fino ad azzerarsi nel 2012 e 2013, è stato rifinanziato per il 2014 e 2015 per essere di nuovo azzerato per il 2016 e, ad oggi, anche per il 2017. Contemporaneamente è stato introdotto il fondo per la morosità incolpevole che, alla prova dei fatti, non ha dato il risultato sperato non solo a causa di criteri di assegnazione complessi e tempi di erogazione eccessivi, ma soprattutto perché interviene a valle del fenomeno e non preventivamente come invece garantirebbe il Fondo di sostegno alla locazione. La logica consiglierebbe di operare per alleggerire il peso dell’affitto sui redditi deboli per evitare il fenomeno della morosità ed intervenire solo eccezionalmente a morosità conclamata.
A questo scopo sarebbe opportuno inglobare l’attuale Fondo per le morosità incolpevoli nel Fondo di sostegno alla locazione, con un adeguato e strutturale finanziamento ed una maggiore elasticità di utilizzo per Regioni e Comuni. Il secondo esempio di un approccio episodico sulle politiche abitative è dato dalle vicende relative alle agevolazioni fiscali per i contratti concordati. Dal 1998 ad oggi si sono susseguite sei modifiche del quadro di riferimento passando dal sostanziale azzeramento del vantaggio fiscale ad un rilancio importante come quello attuale dove la cedolare secca per i contratti concordati è stata fissata al 10% contro il 21% dei contratti liberi. Una misura importante che ha oggettivamente contribuito al rilancio di questa tipologia contrattuale e di conseguenza all’aumento di una offerta di alloggi in locazione a canoni più contenuti. Ma questa agevolazione scadrà, in assenza di una stabilizzazione, nel 2017, creando ulteriore incertezza alla proprietà diffusa che intendesse affittare con il contratto concordato. Se si intende intraprendere, come noi auspichiamo, la strada di una politica abitativa di medio lungo periodo sarebbe necessario:
- un piano pluriennale di aumento dell’offerta di alloggi in affitto a canone sostenibili a partire da quelli a canone sociale,
- una difesa delle famiglie deboli in affitto o alla ricerca di un affitto con un Fondo di sostegno alla locazione adeguato finanziariamente e di rapida erogazione.
- un quadro stabile di agevolazioni fiscali che contribuiscano al contenimento degli affitti attraverso lo sviluppo dei contratti concordati.
Sono queste, a nostro avviso, le premesse da cui partire e sulle quali la prossima Legge di stabilità in approvazione al Parlamento dovrebbe intervenire. Certi della vostra attenzione ai problemi che abbiamo sinteticamente esposto restiamo a disposizione per tutti i chiarimenti e confronti che si riterranno opportuni.


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