10 ANNI FA LE BR ASSASSINARONO MASSIMO D'ANTONA
Di: Alessio Gramolati Segretario Generale Cgil Toscana
mer 20 mag, 2009
Alessio Gramolati 02
Massimo D'AntonaIl 20 maggio di 10 anni fa la ferocia armata dal delirio politico delle Brigate Rosse assassinava Massimo D'Antona. Alcuni anni dopo, altrettanto drammaticamente, la Toscana avrebbe scoperto di essere stata violata e penetrata nei suoi valori e nei suoi principi di legalità e non violenza da quel delirio. Quella scoperta fu pagata con il sacrifico di altre persone come il Prof. Biagi e l’agente Petri.
A quella violazione la nostra regione reagì per manifestare l’isolamento del terrorismo e per cancellare il danno di quella infiltrazione a lei così aliena. La reazione fu ampia e mobilitò, a fianco dei sindacati e del lavoro, l’intera società civile. Ciò restituì orgoglio ed onore alla nostra comunità, ma non la vita e l’operatività delle idee di chi ci era stato brutalmente sottratto.
Per questo, a 10 anni dal suo omicidio, la Toscana ha ancora un debito verso la memoria ed il pensiero di Massimo D’Antona. Uomo mite, per molti anni collaboratore della CGIL, aveva concorso a costruire le linee fondamentali di temi come la rappresentanza nel pubblico impiego e la nuova regolamentazione degli scioperi nei servizi pubblici essenziali.
Ricordato come uno dei giuslavoristi più brillanti e capaci del nostro tempo, Massimo aveva concentrato il suo impegno per ridare efficacia e dinamicità alla nostra carta costituzionale costruendo un programma giuridico capace di rimuovere quelle situazioni di svantaggio e quelle disuguaglianze “comunque e dovunque” si manifestino così come definito dall’Art.3 della Costituzione.
Come ricordato da importanti studiosi, l’innovazione di D'Antona è stata esattamente quella del dare seguito alla Costituzione senza revisionismi, ma anche senza nessuna nostalgia verso il passato. Piuttosto, egli riteneva arrivato il momento di occuparsi della persona che lavora “indipendentemente” dallo schema contrattuale utilizzato. Perché, come sempre lui diceva “ci sono diritti fondamentali che non riguardano il lavoratore in quanto tale, bensì il cittadino che dal lavoro si aspetta identità – reddito – sicurezza, cioè i fattori costitutivi della sua personalità”: Un lavoratore non più omologabile in un modello massificato contrattualmente e gerarchicamente.
Egli riteneva che il diritto del lavoro dovesse evolvere a misura d’uomo e dei suoi nuovi bisogni “di autodeterminazione di fronte a ogni potere, anche se protettivo e benefico”. Senza concedere per questo nulla a chi avrebbe voluto liquidare il lavoro salariato e la modernizzazione industriale che anche attraverso la contrapposizione generazionale.
C’è una grande attualità in tutto ciò, resa più evidente dalla crisi economica, perché è anche nel contrasto ad essa che prende forza quel processo di emancipazione dalle disuguaglianze che hanno concorso al suo aggravamento. Si tratta ora, come allora, di affermare una nuova condizione più equa “intesa come pari opportunità di scegliere e mantenere, anche nel rapporto di lavoro, la propria differente identità e come pari diritto ad adattare il lavoro al proprio progetto di vita”. Adesso che il pensiero unico del mercato senza regole è al capolinea, vediamo e sentiamo di più e meglio quello che gli assassini di quest’eroe civile ci hanno sottratto 10 anni fa e speriamo che questo vuoto ricordi a tutti quanto la violenza ci impoverisce. Va ricordato adesso, proprio nel momento nel quale ingiustizie e insidie democratiche possono crescere e con ciò il bisogno di opporsi. Perché al Paese, al mondo del lavoro, non serve intolleranza servono idee e risposte concrete, in primo luogo verso i più deboli. Era questo il terreno che aveva scelto Massimo per il suo lavoro. Il suo sacrificio impegni tutti noi a portarlo avanti. Per un migliore domani.

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