In una situazione di crisi la gente ci dice che la Carta ha ancora un grande valore.
Di: Danilo Barbi (Cgil)
lun 05 dic, 2016
Danilo Barbi

Quasi 20 milioni di elettori – circa il 70% degli aventi diritto – hanno detto di no alla riforma costituzionale Boschi-Renzi, hanno detto di no a un tentativo maldestro e sbagliato di modificare la Carta Costituzionale.
In Italia modificare in modo significativo la Carta non è un fatto banale e lo dimostra innanzitutto la partecipazione al voto: la più alta di qualunque referendum costituzionale precedente e che, tra l’altro, non era stata prevista quasi da nessun sondaggio”. Poi, naturalmente, il risultato, molto vicino a quel 62,8 per cento che bocciò la riforma del 2006, ma con la differenza non da poco che allora voto ‘solo’ il 53 per cento degli aventi diritto.
L’altro aspetto è l’azione del governo: “È la prima volta che una riforma votata dal Parlamento parte da un disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri: non lo fece neanche il Centro-destra nel 2006. Inoltre, se in ultima analisi un governo chiede un voto sul governo stesso, quel voto arriva'. La lotta al populismo, in questo senso si può fare solo insieme al popolo: “Bisogna mettere al centro l'effetto della crisi sociale prodotta dalla crisi economica; servono politiche diverse, che creino immediatamente lavoro. Bisogna indicare concretamente e subito un’alternativa economica a quella messa in campo se vogliamo eliminare il rischio di un ritorno al nazionalismo, non più rinviabile un piano straordinario per l'occupazione giovanile e femminile.
È la proposta nel suo complesso che mostra grande debolezza, perché o sta dentro le compatibilità indicate dalle politiche europee, e questo non soddisfa, o prende strade che non si capisce bene dove portano e cosa producono. E anche questo crea disorientamento, insicurezza e perplessità. In questo contesto, la Costituzione si è dunque rivelata un tema di grande interesse per le persone, che hanno risposto andando alle urne.
Interessante anche il dato del mondo del lavoro: “Dai dati che abbiamo, articolati per età, è chiaro che il no tra i lavoratori abbia sfiorato il 70 per cento, tra i givani poi 18-35 anni è stato superiore all'80%. Siamo di fronte ad una parte importante del paese che esprime un malcontento a cui non si può dare una risposta facendo, mi si passi la battuta, la lotta alle poltrone da palazzo Chigi. Senza risposte serie a tutto ciò il rischio è che si rafforzi enormemente non un Centro-destra a egemonia liberale, che ormai è minoritario in tutta Europa, ma un Centro-destra con un forte connotato protezionistico-nazionalistico. Per sconfiggere tutto questo ci vuole una politica espansiva, che non va delegata al mercato, alle imprese o alle banche. È la politica a dover assumere un ruolo importante. La Cgil da tempo ha indicato alcune cose da fare. Abbiamo messo in campo un Piano del lavoro straordinario per l'occupazione giovanile e femminile e ci siamo fortemente mobilitati per la Carta dei Diritti. Proposte che promanano dai principi fondamentali della Carta e che hanno l'obbiettivo di ricostruire i diritti delle forme contemporanee del lavoro: appalti, lavoro autonomo e precario. Il centrosinistra al governo del paese ha snobbato le nostre proposte, il 4 dicembre il popolo italiano ha detto la sua difendendo la carta e i suoi principi, quelli contenuti nella prima parte messi a rischio dallo stravolgimento della seconda.

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