Sanità toscana: cosa non funziona e cosa si dovrebbe fare
Di: Mauro Fuso
mer 18 gen, 2017
Mauro Fusoo

Le vicende in alcuni Pronto Soccorso toscani di queste ultime settimane hanno messo a nudo tutte le difficoltà del Sistema Sanitario Regionale. Un sistema, tra i primi del nostro Paese, che conosceva caratteristiche positive, ma che ora è in grande sofferenza. L’opinione più diffusa, comprovata dalle situazioni critiche registrate da molti mezzi di comunicazione, è che la “Sanità” sta peggiorando anche in Toscana e la responsabilità risiede nella Riforma ultima, quella della L.R. 84 del 2015 e nella riorganizzazione conseguente da 12 Aziende Sanitarie Territoriali a 3 di Area Vasta. Tale opinione si fonda sulle criticità non solo contingenti, come l’esasperazione nei Pronto Soccorso, ma soprattutto su quelle strutturali che non vengono aggredite con adeguate soluzioni istituzionali.
Ma cosa è davvero che non funziona e cosa si dovrebbe fare? Intanto si deve porre una premessa di carattere oggettivo: non si possono imputare all’accentramento, e quindi alla Riforma, disfunzioni che esistevano da prima e che semmai permangono, diventando ancor più insostenibili perché i bisogni sanitari sono evidentemente cambiati ed accresciuti. Partire da questo ci permette di fare una critica e delle proposte più forti, non più deboli. Se l’ospedalizzazione è stata ridotta senza adeguare, integrare e potenziare l’offerta del territorio - dalla medicina generale alla guardia medica, dalle case della salute alle cure intermedie fino all’emergenza/urgenza - significa che la priorità principale riguarda proprio le mancate risposte del territorio. Per il bisogno di salute e sanitario immediato la risposta non può essere “la Riforma a regime produrrà effetti positivi”, ma piuttosto che nella fase transitoria, come lo è quella attuale, si sappia affrontare il pesante carico del cambiamento. Cioè non possiamo guardare la “fase 1”, meno ospedale, mentre la “fase 2”, più territorio, è di là da venire.
Il nostro compito di sindacato confederale, pertanto, è rivendicare un insieme che riguarda un numero adeguato di operatori, di strutture e di servizi capaci di rispondere alla domanda nel territorio e naturalmente anche nell’ospedale, nelle sue diverse dimensioni, che rimane il punto focale nella fase dell’intervento acuto. Si tratta di rivendicarlo con un’azione sindacale congiunta nelle strutture sanitarie con gli operatori e nel territorio con la cittadinanza, quindi nei confronti delle aziende così come delle Istituzioni, dai Comuni alla Regione. Dobbiamo ricomporre opportunamente ciò che è stato frantumato e scomposto, dall’utenza a chi svolge l’attività nel servizio, da chi fruisce del servizio a chi lo eroga. Perché se la salute è un bene comune e la sanità opera per questo fine, è compito della politica attuare questo obiettivo e fare funzionare tutta la struttura con efficienza, qualità e risultati percepibili. Non serve minimizzare i problemi come non è utile strumentalizzarli, ma farli venire a galla e proporre le soluzioni. Rivendicarle è esattamente il nostro compito a tutto tondo.
Far crescere consapevolezza e forza rivendicativa è il compito di chi lavora per sviluppare il senso di una partecipazione informata e consapevole della vita pubblica. Una partecipazione democratica, vero antidoto allo scivolamento verso la disillusione nel cambiamento, all’antipolitica tout-court, alle varie forme di populismo inconcludente. Ci attende un impegno difficile, ma per difendere e sviluppare il sistema pubblico dei servizi non esiste altra strada e noi dobbiamo essere i paladini di questa battaglia. Altrimenti ci sarà la perdita di fiducia nel sistema sanitario pubblico e l’allontanamento lento e graduale dal welfare universalistico, che è il fondamento di un modello sociale coeso.

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