L'ITALIA IN CRISI HA BISOGNO DI POLITICA
Di: Guglielmo Epifani
dom 31 mag, 2009
Epifani Guglielmo (icona)
Per uscire dalla crisi l’Italia non può restare uguale a se stessa: deve cambiare. Per cambiare ha bisogno di più politica, di un disegno, di una visione. Esattamente quello che manca al governo attuale, che punta solo sull’immobilismo. «Riforme? Quello che vorrei è un Paese con una vera politica industriale, come ce l’hanno Germania e Francia. Invece da noi una politica industriale è mancata di fronte alla crisi ed è mancata anche nella vicenda Fiat». Così Guglielmo Epifani commenta le ultime Relazioni finali di Mario Draghi. La sintonia con il governatore è forte, per l’attenzione speciale rivolta al lavoro, ai dipendenti, alle emergenze sociali. Per una di quelle coincidenze fortuite (o forse no) offerte dalla cronaca è anche il giorno dell’addio di Fiat a Opel. Berlino ha scelto Magna. «Purtroppo Marchionne si è trovato solo. È andato a fare una operazione di mercato - commenta il segretario Cgil - Invece era tutt’altro. Il mercato non c’entrava nulla. E lui lo sapeva benissimo. Serviva una tessitura politica e anche un rapporto con il sindacato, che da noi è mancato».

Segretario Epifani, Draghi si allontana dal governo sui tempi delle riforme.
«La vera differenza è che Draghi offre un quadro della della crisi attento e rigoroso. Non sottovaluta la caduta del Pil e la ricaduta sulla condizione dell’occupazione nell’industria e nei servizi, e sulle piccole e medie imprese. Questa per me è la vera diffrenza. lui dice l’Italia esattamente com’è. La sua fotografia è quella corretta».

Anche sulla fine della crisi c’è molta distanza
«Infatti Draghi fa capire che il peggio non è alle nostre spalle per quel che riguarda il lavoro e l’occupazione e in generale per l’economia reale».

Sul welfare c’è una sfida anche per il sindacato
«Certo. Il governatore giustamente ammonisce sul fatto che molti lavoratori sono senza tutele. indica cifre molto significative, come ad esempio quei due milioni di lavoratori temporanei il cui contratto scade nel 2009. Questa è la nostra stessa preoccupazione, tant’è che l’abbiamo detto all’inizio dell’anno. Su questo Draghi dice al governo che la riforma degli ammortizzatori sociali non può aspettare, perché ci sono troppe disuguaglianze. Ma aggiunge altro. Cioè che la riforma deve avvenire non stravolgendo l’impianto di oggi, ma muovendosi sulla cassa integrazione e la disoccupazione. Non sono convinto che nel Libro Bianco Sacconi dica esattamente la stessa cosa. Inoltre credo che quando si parla di tutele realmente universali, queste non possono essere mai subordinate al requisito di un’iscrizione a un ente bilaterale».

Quindi voi siete d’accordo sulla tutela universale?
«Assolutamente sì. È un grande passo che noi chiediamo almeno da 15 anni, perché da noi abbiamo tutele misurate solo su una parte del sistema industriale e per chi non ce l’ha si usa la cig in deroga che non è strutturale».

Eppure il governo insiste che contro la crisi si è fatto abbastanza...
«Quello che è stato fatto basta per alcuni, ma c’è sempre chi sta male. La stessa cassa integrazione in deroga la stiamo gestendo con gli accordi regionali. Ma poi bisognerà passare a una cornice nazionale generale. Questa è la riforma che il paese attende. Quanto alla politica dei redditi, finora si è andati avanti con misure quasi nulle: c’è solo la social card, strumento discutibile e anche con poche risorse».

Insomma, Draghi dà ragione a voi?
«Spesso accade che il governatore venga tirato da una parte o dall’altra. Certo in più colpisce che non abbia citato la riforma contrattuale che noi non abbiamo firmato. Ma non doveva essere una riforma storica?»

In effetti anche sulle pensioni il richiamo è stato soft.
«Sì, perché lui sa che il sistema è sostanzialmente in equilibrio. Ha fatto invece un accenno molto importante perchè si metta più in sicurezza la previdenza integrativa, perché effettivamente da questa crisi emerge il rischio che un lavoratore possa perdere in un solo colpo molto del denaro accumulato negli anni».

Ha posto chiaramente però il problema del debito pubblico.
«È vero che dalla crisi si uscirà molto indebitati. A questo punto bisogna decidere come affrontare il problema: esistono diverse opzioni. Con l’inflazione? Io penso di no. Con il taglio di spesa? Ma quel debito non è frutto di spese aumentate, ma di crescita bloccata. Questo è il tema sul quale forse bisognerebbe, una volta definite le nuove regole, aprire un vero confronto a livello internazionale».

Su Fiat-Opel lei dice che non si è trattato di un’operazione di mercato...
«Storceranno la bocca i liberisti, ma è così. Sono intervenuti i governi e i lavoratori, sia in America che in Germania. Tornano in ballo i vecchi soggetti: la politica e il mondo del lavoro. Molti li davano per morti».

Pensa che Marchionne abbia sbagliato qualcosa?
«Ha fatto bene comunque a provarci anche con Opel. al suo posto avrei avuto un atteggiamento diverso verso il sindacato, cosa che avrebbe aiutato anche con quello tedesco».

Pensa che i tedeschi abbiano avuto pregiudizi sull’Italia?
«I tedeschi guardano ai loro interessi: quelli di avere un’ Opel fortemente radicata in Germania e di difendere i posti di lavoro, In più forse ha pesato l’altra grande industria automobilistica tedesca che avrebbe avuto un concorrenrte forte in casa. E naturalmente anche il fatto che la Fiat si è trovata da sola e ha voluto giocare da sola questa partita».

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