Uscire dai compartimenti stagni per un cambiamento culturale in Cgil
Di: Dalida Angelini
gio 01 feb, 2018
Dalida per sito

Care compagne e cari compagni,
siamo quasi al termine di questi due giorni di riflessione, approfondimenti e discussione che ho trovato molto importanti e per questo vorrei ringraziare la Cgil anche per la modalità nuova con cui è stata organizzata questa conferenza. Perché appunto l’innovazione dovrebbe e deve riguardare anche noi stessi ed il nostro modo di lavorare.
Rappresento la Toscana, una regione che ha fatto i conti con la crisi: a fronte di una ripresa, i dati ci dicono che di fatto ci sono almeno due “Toscane”: una Toscana centrale (Firenze-Prato-Pistoia) dove la ripresa è più forte, e poi l’area della costa dove non a caso abbiamo due aree di crisi. Insomma, si va a due velocità.
Parto da qui per fare un’affermazione che riguarda la politica le istituzioni, ad ogni livello, quando si parla di innovazione: ovviamente essa riguarda il tema delle infrastrutture, della banda larga, dei trasporti. Servono interventi pubblici dal nord al sud, vale per il Paese e vale per la Toscana, perché credo che tutti debbano avere le stesse opportunità.
Ovviamente ognuno di noi ha accolto positivamente il progetto industria 4.0 di Calenda, ma se insieme a ciò non c’è un’idea di Paese e soprattutto di futuro credo si vada poco lontano; e non mi pare, dalla campagna elettorale, che dalle forze politiche arrivino messaggi in questa direzione.
Abbiamo parlato molto di formazione: credo che per favorire la crescita di ecosistemi innovativi e creativi occorra un ruolo strategico di promozione delle istituzioni pubbliche, per favorire un rapporto più intenso tra imprese e ricerca potenziando il trasferimento tecnologico e gli incubatori d’impresa.
Specializzazioni territoriali, offerta scolastica e formativa, fabbisogni professionali sono fra i temi da affrontare nella contrattazione.
Bisogna superare gli ostacoli delle piccole e medie imprese toscane attraverso la contrattazione a partire dalle 4 filiere a più alto tasso di innovazione: la meccanica strumentale, ICT, chimica e logistica.
In tutte queste filiere la Toscana si colloca fra le regioni di fascia A. Per individuare strategie specifiche di promozione di modelli innovativi di fare impresa, che tengano conto delle peculiarità di diversi settori che risultano essere i più permeabili alle tecnologie della fabbrica intelligente.
Le trasformazioni del mondo del lavoro che possiamo definire come innovazione non sono né neutrali né lineari; coesistono nei punti più alti, più avanzati e nei punti più bassi, per capirci convivono modernità ed antiche forme di sfruttamento, dallo schiavismo al lavoro servile.
Il mondo del lavoro, più precisamente l’intera società, si mostra frantumata fino all’individualizzazione. Manca il riconoscersi nella diversità delle condizioni soggettive.
E’ un tema per la Cgil? Io penso di sì. Qual è il quadro oltre il lavoro?
Nel sistema della rappresentanza politica è semplice. Nessuno rappresenta il lavoro.
Sul piano delle imprese, non c’è condivisione sulle necessità e potenzialità di forme avanzate di democrazia economica che non contrastino con il ruolo sociale e contrattuale delle organizzazioni sindacali.
E se è così, come si impone al sistema delle imprese il nostro punto di vista? Questo vale anche come riflessione sul modello delle relazioni industriali con Confindustria.
Ieri Solari si poneva lo stesso tema sulla politica, credo che il ragionamento debba essere a tutto tondo. Come si può costruire, organizzare quel lavoro atipico e precario o quel nuovo lavoro che si presenta.
Ci vuole anche radicalità nella proposta, e quindi quando serve ci vuole mobilitazione e conflitto. Le trasformazioni in atto ci pongono anche un tema di velocità delle scelte, e come noi rispondiamo a questo? Penso che la risposta sia una sola: essere presente sul territorio, essere presente nei luoghi di lavoro. Ma c’è un’altra cosa che è fondamentale: bisogna anche saper ascoltare, interconnettere, portare a sintesi le diverse istanze, costruire proposte, accanto e insieme ai diversi soggetti negoziali.
E bisogna soprattutto saper rispondere in profondità, contrattando i processi di innovazione nel territorio e provando ad essere di stimolo alle istituzioni pubbliche affinché, nella messa a sistema degli interventi, possano delineare una politica di sviluppo di qualità e per questa via sostenere la ripresa degli investimenti, che sono ancora troppo bassi.
Piano del lavoro, Carta dei diritti universali e Referendum costituzionale non sono stati una parentesi seppur gloriosa, ma hanno ricostruito un rapporto di alleanze tra lavoratrici e lavoratori con l’organizzazione. Non dobbiamo disperderlo.
Credo anche, compagne e compagni, che c’è bisogno di rispondere di più e meglio alle riorganizzazioni del mondo del lavoro, di rendere più efficiente l’esercizio della rappresentanza e lo svolgimento del ruolo di soggetto contrattuale del sindacato di categoria e confederale, provando anche a recuperare il deficit di conoscenze e competenze che riguarda i lavoratori e le lavoratrici, ma anche gli imprenditori e gli stessi amministratori.
Ovvio che noi non siamo esclusi da questo ragionamento. Possiamo evitare di ripartire sempre da capo nei nostri ragionamenti, e invece - facendo tesoro dell’esperienza fatta in questi anni - portare un contributo che guardi avanti in questa discussione?
La Conferenza di organizzazione ci ha indicato come traiettoria la sperimentazione della contrattazione inclusiva; oggi la Conferenza di programma ci dice che bisogna agire sulla nostra missione, la contrattazione a partire dalla filiera. Ma io credo
che - seppur con qualche idea positiva, con qualche esperienza positiva che anche in Toscana si è provato a fare - sia sempre complicato e difficile poter intrecciare, e molto di ciò è affidato alla
disponibilità dei compagni che si trovano in quel momento ad affrontare la questione.
Allora io penso che una risposta possibile a tutto ciò sia che noi dobbiamo ripensare la nostra organizzazione, e quando dico ripensare la nostra organizzazione mi faccio e vi faccio una domanda: ma quella Contrattazione inclusiva che ci siamo dati come impegno alla Conferenza di organizzazione, siamo in grado di farla con un organizzazione rigida come quella che abbiamo, o forse bisogna provare a ripensarla?
Le direttrici del cambiamento che stiamo provando a definire possono essere misurate, valutate e tradotte se riconosciamo a monte il limite profondo che non ci ha aiutato in questi anni ad affrontare i problemi e le complessità che ci troviamo di fronte.
Abbiamo una modalità di lavoro a compartimenti stagni, ognuno prova a costruire risposte dentro il perimetro delle proprie categorie, ma i problemi che vengono avanti assumono una dimensione più generale è trasversale.
C’è un bisogno reale che io sento e sul quale noi tutti facciamo fatica, è quello di un cambiamento culturale, di un approccio diverso, di uno spazio comune per riuscire a parlare gli stessi linguaggi e per ridurre al massimo le distanze prima di tutto tra di noi.
Credo che sia questo il primo sforzo che dobbiamo compiere, e che attiene alla nostra capacità di rompere prima di tutto quelle nostre resistenze, affinché la contrattazione possa essere allargata e pervasiva, e che ritorni ad essere lo strumento vero, anche in relazione alle diverse esigenze e condizioni, ad appannaggio non della minoranza ma della maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori di questo Paese.

(intervento di Dalida Angelini, segretaria generale di Cgil Toscana, alla Conferenza di programma della Cgil a Milano il 31-1-2018)
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