Dal disordinamento istituzionale al federalismo solidale
Di: Alice D'Ercole
mer 07 feb, 2018
Alicee D\'Ercole

Relazione introduttiva al convegno “Il Disordinamento istituzionale - Idee per un sistema unitario di federalismo cooperativo e solidale” (organizzato da Cgil Toscana, Ires Toscana, Fp Cgil Toscana) che si è svolto a Firenze (Auditorium al Duomo, via de' Cerretani) il 7-2-2018. Vi sono intervenuti tra gli altri Susanna Camusso, Dalida Angelini, Enrico Rossi, Matteo Biffoni

(L'autrice della relazione è segretaria generale di Fp Cgil Toscana)

“La CGIL fin dal 2000 ha sostenuto la realizzazione di un sistema istituzionale decentrato che, in un quadro definito di principi inderogabili sul piano dei diritti civili, politici e sociali, valorizzasse il ruolo delle Regioni e delle autonomie locali. Un sistema in cui l'articolazione delle competenze e delle funzioni – anche a geometria variabile – fosse ispirata dalla necessità di rispondere alla diversità dei bisogni dei cittadini e alle specificità territoriali, salvaguardando la garanzia dei diritti fondamentali su tutto il territorio nazionale, senza distinzioni. Un sistema sì policentrico e capace di mettere al centro il valore della prossimità delle Istituzioni ma in una cornice definita di principi comuni inderogabili.”
In queste poche frasi, scritte in apertura dell'Ordine del Giorno del Comitato Direttivo della CGIL del 3/10 scorso, è racchiuso il senso di ciò che per la CGIL dovrebbe essere alla base di un sistema policentrico in cui il decentramento amministrativo e la prossimità delle scelte di governo territoriale siano lo strumento per rispondere alla diversità dei bisogni dei cittadini, ma in un quadro di forte unità nel Paese che vincoli queste diversità alla supremazia dell'uguaglianza dei diritti di cittadinanza e delle pari possibilità di accesso ai servizi essenziali. Questo elemento di coesione è per noi il cardine su cui si regge il Paese, il senso profondo della nostra carta costituzionale che fonda le radici della nostra democrazia sulla cooperazione e la solidarietà.
Purtroppo le scelte politiche assunte questi anni, non solo in Italia, sono andate in una direzione diametralmente opposta, alimentate dalle spinte autonomiste antistoriche verso modelli di governo nazionalistici che proliferano in tutti i sistemi occidentali: il muro di Trump, la brexit e l'avanzata delle destre antieuropeiste, fino ad arrivare ai referendum dello scorso autunno di Veneto e Lombardia. Una cultura regressiva che si radica nella crisi economica tra le fasce più deboli della popolazione e trova terreno fertile tra le fragilità che la crescita delle disuguaglianze, dettata dalle scelte depressive dei governi che si sono succeduti, ha profondamente aumentato. Una cultura secondo cui ognuno si salva meglio se fa da solo e che i diritti siano una risorsa scarsa e pertanto il mio si garantisce meglio, se quello degli altri viene meno. Un sentimento che sta permeando il Paese e trasformandolo radicalmente; lo vediamo dalla crescente tensione di chiusura verso la diversità, fino ad arrivare a spregevoli episodi xenofobi e razzisti, ultimo esempio ne è il
vile tentativo di strage fascista avvenuto a Macerata della settimana scorsa, ma lo vediamo nel virus della discriminazione e della violenza, lo vediamo anche nella spinta alla frantumazione e alla supremazia di una professione sull'altra, di un profilo sull'altro, una categoria sull'altra, che mette in campo il sindacato corporativo (che cresce nei numeri e nell'attenzione mediatica) in queste settimane nel rinnovo contrattuale del lavoro pubblico. Questa degenerazione va combattuta provando a contrapporvi un'idea di ricomposizione e unità, a partire dal mondo del lavoro costruendo un impianto contrattuale unificante. Ed è quello che, dopo 9 anni di blocco contrattuale, abbiamo fatto con il rinnovo del Contratto delle Funzioni Centrali: un buon contratto che non recepisce il jobs act, che mantiene l’art.18, che tutela il potere d’acquisto dei salari e che riconquista nel modello di relazioni sindacali spazi di contrattazione eliminando la Brunetta. Ma la nostra battaglia non finisce qui. Lo stallo delle trattative sui Contratti di Sanità e Funzioni Locali è insopportabile e l’altro ieri abbiamo chiesto alla Regione, e oggi chiediamo anche ad Anci Toscana, di farsi promotori di un segnale di accelerazione affinché si arrivi in tempi rapidi alla sottoscrizione delle preintese anche su questi comparti. Il rinnovo contrattuale è lo spazio che stiamo agendo come categoria per sostenere quel processo di qualificazione del sistema pubblico necessario alla sua riorganizzazione e a favorire processi di innovazione. Questo anche per sostenere la nostra giusta rivendicazione di tornare ad investire nei servizi pubblici, quali elemento di ancoraggio di un sistema di welfare inclusivo ed universale; anzi allargandone il perimetro attraverso un potenziamento dell’occupazione, sia in termini quantitativi sia di qualità del lavoro, attraverso il superamento del precariato. E di qualità del lavoro si dovrebbe davvero tornare a parlare. E' un'inaccettabile ritorno allo schiavismo, un attacco alla dignità umana, prima ancora che dei diritti dei lavoratori, la progettazione di un braccialetto elettronico promossa dalla mutinazionale Amazon. Per questo, il rilancio di un'idea di coesione e solidarietà passa soprattutto dalla costruzione di politiche inclusive sui diritti civili e sociali, ovvero dalla riconquista di quell'idea di democrazia che basata sulla giustizia sociale, che fa dell'integrazione delle diversità e dei diritti delle persone, valori fondanti.

Lo si può fare a partire dall'affrontare quelle criticità che nella realizzazione fattuale del Titolo V della nostra Costituzione, hanno determinato alcune contraddizioni sulle quali si sono insinuate scelte politiche che hanno favorito processi di frantumazione sociale. Sia quelle contraddizioni che perdurano come il centralismo finanziario in un quadro di decentramento di competenze mai adeguatamente finanziate, con la diretta conseguenza di un peggioramento della qualità della vita dei cittadini. Sia quelle generate dalle scelte degli ultimi anni come aver riformato l'assetto istituzionale dando per scontato l'esito positivo del referendum del 4 dicembre 2016 e aver consegnato al Paese un sistema istituzionale nel caos di ruoli, competenze e rapporti tra le medesime istituzioni, con la diretta conseguenza di un peggioramento delle politiche pubbliche in assenza di sinergie.
Infatti, l'idea del ridimensionamento istituzionale decentrato operato per riforma o per induzione (data dal definanziamento), sta producendo un costante depauperamento dei servizi pubblici organizzati dagli enti regionali e locali, generando tra le persone un profondo senso di abbandono da parte delle istituzioni.

Nel quadro di decentramento di competenze non adeguatamente finanziato ci stanno tutti i limiti della riforme di questi anni. La Legge 56/2014, intervenuta riformando le Province ovvero svuotandole di competenze e imponendo pesantissimi tagli, aveva nei suoi presupposti l'avallo del voto popolare sul Referendum costituzionale. Oggi, a poco più di un anno dalla vittoria del NO a quella riforma costituzionale, ancora si fatica ad individuare un sistema istituzionale che riconosca competenze e delinei in modo chiaro i ruoli ed i rapporti tra Stato, Regioni, Province e Città Metropolitane, Comuni ed altri livelli di governo territoriale che sono proliferati in questi anni.
Il primo elemento di frattura è stato il venir meno del livello istituzionale di governo del territorio rappresentato dalla dimensione provinciale. Non solo la Provincia quale ente di governo ad elezione diretta, ma quella dimensione entro il quale le politiche territoriali si realizzavano, l'elemento di raccordo intermedio tra la micro dimensione comunale (per la parte istituzionale) o aziendale (per la parte produttiva) e la dimensione ampia regionale, il riferimento per la lettura socioeconomica dei dati, il primo raffronto sulle crisi aziendali, la dimensione in cui si organizzavano i servizi (sanitari, per il lavoro e tutti quelli garantiti dalle ex province) ed in cui si dimensionava la presenza dello Stato nel territorio. Oggi, con la trasformazione delle Province da Enti di governo territoriale a Ente di II livello a cui è demandata esclusivamente la gestione di alcuni servizi questo valore si sta perdendo e si riscontra l'assenza di governo delle politiche pubbliche nel territorio e la mancanza di una dimensione intermedia di confronto tra i soggetti economici territoriali e i livelli istituzionali di riferimento. Ogni livello istituzionale infatti ha riordinato le proprie competenze pensando esclusivamente alle proprie necessità e in assenza di raccordo con i resto del sistema istituzionale. Le Regioni hanno riattribuito le competenze provinciali in modo disomogeneo, lo Stato si riordina nel territorio secondo la propria impostazione avulsa dai bisogni dei cittadini, la Regione sceglie il proprio dimensionamento delle Aziende Sanitarie e indirizza, in raccordo con i Comuni, l'assetto di governo dei servizi pubblici locali. I Comuni decidono se fondersi, unirsi o associarsi, e quali competenze demandare alle gestioni associate, e lo fanno secondo assetti che determinano al di fuori del dimensionamento a cui vengono demandate competenze strategiche, come quelle sociosanitarie, legate alle zone distretto.
In questo caos istituzionale sarebbe determinante ricostituire un'idea univoca e preferibilmente concentrica e omogenea di assetto istituzionale territoriale. Questo per individuare i livelli ottimali di programmazione e di costruzione di politiche territoriali sui servizi pubblici che siano intermedi tra la dimensione regionale e il microcosmo del singolo comune o della singola azienda. Non solo per scongiurare il rischio di ricondurre tutto dal micro al macro senza un governo intermedio dei processi, ma perchè gli assetti istituzionali hanno ricadute inevitabili anche sulla gestione ed erogazione dei servizi pubblici e quindi sui cittadini; su cui si stanno inevitabilmente scaricando tutte le contraddizioni del sistema in termini di mancata risposta ai loro bisogni e un peggioramento della qualità della vita.
Provando a guardare dentro quello che sta avvenendo, il primo elemento è certamente la non riforma Del Rio che ha indotto il collasso di Province e Città Metropolitane non solo per erosione di competenze ma soprattutto per la scarsità di finanziamenti che non consentono la garanzia dei servizi e le attività, che la stessa riforma demanda loro. Ma chi più sta facendo le spese di questa non riforma sono le politiche del lavoro; i CPI da più di due anni sono privi di riferimenti univoci di governo e programmazione (finanziati dallo Stato, organizzati dalla Regione e dipendenti delle Province); anni di incertezza costante sul proprio futuro e di caos gestionale e organizzativo, oltre al paradosso per cui coloro che dovrebbero supportare gli altri nella ricerca di buona occupazione sono per la maggior parte in servizi in appalto o precari preistorici, visti i loro oltre 10 anni di lavoro con contratti precari. Finalmente la legge di bilancio ha messo le basi, economiche e normative per consentire alle Regioni di operare delle scelte di riordino. Oggi è giunto il momento per la definizione, senza ulteriori tentennamenti e lungaggini, anche in Toscana di percorsi certi di riorganizzazione che noi pensiamo debbano realizzarsi in continuità con le scelte di assunzione diretta della responsabilità di gestione nel nuovo Ente Regione, fermo restando ovviamente: la garanzia di salvaguardia delle retribuzioni di tutti i lavoratori nel processo di equiparazione del salario accessorio e la funzionalità dei servizi, data dall'allargamento della capacità assunzionale. Questa infatti potrebbe essere l'occasione per provare a rimuovere le criticità che ancora persistono nella lunga transizione che sta ancora portando la Regione Toscana a cambiar pelle. Vale la pena ricordare che la Toscana è stata la prima in Italia ad approvare la legge regionale di attuazione della Delrio, volendo fortemente una soluzione di acquisizione che ha visto transitare in Regione numerosi compiti diretti di gestione prima affidati alle Province, che si sono aggiunti ai 'tradizionali' compiti di programmazione e indirizzo. Un cambiamento epocale, sia in termini di ramificazione sul territorio che di mutata natura dell'Ente, di una portata enorme che ha visto il trasferimento in Regione circa 1100 lavoratori (pari a circa il 50% della forza lavoro presente in Regione), dislocati su tutto il territorio regionale. Una scelta coraggiosa che ha permesso di mettere in sicurezza i posti di lavoro e gli stipendi sia di coloro che sono transitati in Regione Toscana, sia consentendo alle Province e Città Metropolitana di mantenere in essere servizi, posti di lavoro e pagamento degli stipendi (a differenza di quanto è avvenuto in alcune realtà italiane). Ma anche un cambiamento dirompente in una Regione che si era sempre caratterizzata per un forte decentramento delle funzioni amministrative, e dove maggiormente aveva trovato attuazione un modello di sussidiarietà positiva del sistema delle autonomie locali; ed in cui gli stessi modelli di sviluppo dell'organizzazione dell'Ente puntavano fino ad un recente passato ad un Ente 'leggero', vocato appunto alle sole funzioni di indirizzo e programmazione. Un cambiamento che, per la dimensione dell'operazione attuata, ha incontrato molte più difficoltà di quelle messe in conto e che presenta ancora oggi, ad oltre due anni di distanza, numerose criticità e pesanti ricadute organizzative. In primis l'organizzazione della macchina, improntata al “centralismo regionale” e priva di snodi intermedi e di punti di riferimento territoriale, determina un'organizzazione regionale che ancora incontra numerose difficoltà ad interpretare il proprio nuovo ruolo. E poi un processo di riorganizzazione portato avanti senza il necessario adeguamento delle funzioni trasversali della macchina regionale, sia in termini di sburocratizzazione procedurale, sia in termini di dotazione organica.

La riforma Delrio inoltre ha portato con sé il venire meno di un ruolo politico forte di governo territoriale delle Province, infatti i Presidenti/Sindaci Metropolitani tendono a rispondere al prioritariamente al Comune in cui sono stati eletti e quindi a concentrare i propri sforzi verso la sola gestione delle funzioni fondamentali piuttosto che alla costruzione di un reale coordinamento di politiche territoriali diventando un riferimento istituzionale forte anche di supporto alle autonomie locali più piccole. Era prevedibile che sarebbe accaduto con il passaggio ad Enti di Secondo Livello e sta comportando una crescita importante delle responsabilità e delle competenze affidate agli Enti Locali. Processo di decentramento che potrebbe essere positivo ma che invece rischia il depotenziamento dei servizi. Molti comuni sono di piccolissime dimensioni e non solo non riescono a raccogliere la sfida delle nuove competenze attribuite, ma spesso sono impossibilitati a garantire la mole di servizi e di procedure che già hanno, per la riduzione drammatica di personale derivante dai blocchi del turnover e i vincoli sul rispetto del patto di stabilità in un quadro di costante contrazione di risorse. Le risposte a questi elementi di criticità che il sistema istituzionale ha provato a mettere in campo hanno determinato un'organizzazione a geometria variabile per cui in alcuni ambiti esistono le Unioni dei Comuni, alcune perchè derivanti dalle comunità montane e con competenze specifiche più chiare, altre che hanno scelto di consorziarsi. Alcune che hanno scelto un dimensionamento sovrapponibile alle zone distretto ed altre che non lo hanno fatto. In nessun caso questi Enti di II livello hanno una definizione chiara di confini, di competenze e di ruolo. Con l'unico elemento di certezza che le scelte di costituzione delle Unioni sono state operate non su un'idea di organizzazione dei servizi o di politiche di governo del territorio, ma piuttosto sono frutto O di scelte di posizionamento dei sindaci, con le conseguenze drammatiche che gli eventuali passi indietro, quando queste vicinanze vengono meno, possono produrre, O di un esclusivo interesse economico legato agli incentivi messi in campo dalla Regione Toscana, utilizzati per la gran parte per il ripiano dei bilanci. L'unico dato certo è che le 23 Unioni dei Comuni sono in uno stato pre-comatoso. Analoga riflessione può essere fatta sulle gestioni associate che sono frutto di necessità immediate e non di una pianificazione dei servizi che spesso si limitano alla Polizia Municipale, alla protezione civile ed a poco altro (a volte senza coinvolgere tutti i comuni dell’Unione), oltre alle funzioni previste per le ex comunità montane (là dove ci sono). Certamente a determinare questa condizione contribuisce il fatto, assolutamente prevedibile nelle premesse, che la costituzione di Enti di II livello moltiplica i costi di gestione invece di abbatterli. Per questo diametralmente opposta è la scelta di andare verso un dimensionamento più ampio dei Comuni attraverso processi di fusione, ovvero la strutturazione di istituzioni comunali aventi dimensioni tali da garantire politiche pubbliche locali adeguate e efficacia dei servizi ai cittadini. Una strada questa, certamente più complessa perché si scontra con i tanti campanilismi che affollano il nostro Paese, ma decisamente più coraggiosa poichè consente una razionalizzazione istituzionale connessa ad una maggiore efficacia dei servizi.
In questo quadro di competenze accresciute, la Regione ha riorganizzato le zone socio sanitarie, ed anche in questo caso le geometrie sono variabili, talvolta sono coincidenti con i comuni capoluogo, come nel caso di Firenze, in altri casi con le ex comunità montane, in altri casi ancora con nessuna di queste articolazioni istituzionali. Ed anche l'organizzazione sociosanitaria è fortemente differenziata, in molte zone sono costituite Società della Salute con funzioni gestionali dirette, in altri casi appaltate, mentre in altri contesti ancora si è strutturata solo una conferenza di Sindaci per i temi della salute, demandando alle Aziende USL l'organizzazione dei servizi. Comunque resta che tutte queste articolazioni di governo sovracomunali non sono riconosciute in modo strutturato all’interno delle Province e città metropolitana dove tra l’assemblea dei Sindaci ed il consiglio provinciale/metropolitano non esiste un luogo che valorizzi l’articolazione in zone.
E' evidente come in questo disordinamento, vi sia un'incapacità di coordinare politiche omogenee di servizi ai cittadini, e si determini l'inaccettabile condizione che l'assenza di responsabilità politica legata ai confini amministrativi segni notevoli differenze sia per la quantità dei servizi che per la loro qualità.

Insieme a questo percorso di riassetto di competenze e dell'organizzazione istituzionale nel territorio, vi è un indirizzo scoordinato da parte del Governo sulla riorganizzazione sia della presenza delle strutture periferiche dello Stato sul territorio sia del sistema di sostegno alle imprese. ll primo con progetto di riforma che parte dalla destrutturazione del riferimento provinciale per l'organizzazione dello Stato nel territorio per arrivare alla scelta, tutta politica, di ridurre sempre più la presenza dello Stato in ambito locale: concentrando i servizi in ambito provinciale, laddove erano diffusi nel territorio, e collocando in ambito sovraprovinciale quelli che erano provinciali. Processo che si realizza, come una retta parallela, non intercettando mai i processi di riorganizzazione della macchina pubblica territoriale. La chiusura di diverse sedi di Tribunali, la rivisitazione della competenza territoriale delle Sovrintendenza del Ministero dei beni Culturali, accorpando e trasferendo funzioni, la chiusura di altre sedi di strutture territoriali del Ministero della Difesa, il passaggio ad altri soggetti istituzionali (ambiti scolastici territoriali) di molte delle funzioni del Ministero dell’Istruzione, il cambiamento del Ministero del Lavoro con l'istituzione per le funzioni ispettive di un nuovo Ente che coinvolge anche parte dell’INPS: sono tutti processi dettati dalla mera logica economicista e privi di un ragionato processo di riassetto delle funzioni nel territorio. Un processo che sta di fatto portando al depauperamento di alcuni servizi importanti e di prossimità. Il secondo invece operato con la riforma del sistema di supporto alle imprese, impugnata alla Corte Costituzionale, con sentenza favorevole, da alcune regioni (tra cui la Toscana) proprio per assenza di quel necessario percorso di condivisione con la Conferenza. Infatti da un lato la riduzione del diritto camerale che ha ridotto i servizi e dall'altro il rischio di chiusura delle sedi periferiche negli accorpamenti in atto nel sistema, vedranno le imprese (soprattutto quelle piccole e medie) costrette a cercare quel supporto prima garantito nel pubblico, nel sistema privato, dietro oneroso pagamento. C'è bisogno in questo di un forte indirizzo regionale condiviso con le parti sociali che spinga verso razionalizzazione sensata e non demandata ai sistemi di potere interni alle camere, e soprattutto che punti a mantenere la diffusione dei servizi nel territorio. Per dare governo e provare a contenere questo processo di arretramento sarebbe importante aprire tavoli fra amministrazioni centrali e amministrazioni locali. La Regione Toscana potrebbe farsi parte attiva nei confronti del Governo per contrastare questa strada di desertificazione di servizi nel territori e promuovere sinergie e collaborazione tra Enti, innescando un processo virtuoso nei servizi pubblici fatto di semplificazione, eliminazione delle duplicazioni e maggiore efficacia dei servizi resi.

Accanto alle riforme di legge ci sono i processi di trasformazione surrettiziamente indotti dal costante definanziamento del sistema delle istituzioni locali e dei servizi organizzati dalle autonomie regionali e locali.
Un processo di ridefinizione del ruolo delle istituzioni operato a mezzo di economia. Non si assume una scelta politica chiara e diretta perché rischia di essere impopolare ma, per mezzo di scelte economiche, si modifica la macchina pubblica del territorio, scaricando sulle istituzioni decentrate l'onere di affrontare scelte complesse come quelle di tagliare i servizi o riorganizzarli senza risorse. Le politiche sociali (organizzate dai comuni), la sanità (organizzata dalle regioni) e le politiche abitative sono i casi più eclatanti.
La mancanza di risorse, dettata dal costante definanziamento del Fondo Sanitario Nazionale, infatti induce a tagli lineari o a processi di riforma che, pur provando a lavorare sulle economie di scala e sulla riaggregazione dei livelli di direzione, rischiano di non riuscire ad impedire una dolorosa riduzione dei servizi nel territorio. E' quello che purtroppo sta avvenendo alla sanità toscana, dove invece il processo di razionalizzazione delle aziende aveva esattamente l’obiettivo di riorganizzare agendo le economie di scala nei livelli apicali di direzione. In realtà, da un lato la mancanza di delibere attuative della riforma non sta completando l’iter previsto per dare un nuovo governo al sistema, dall'altro il cambio di modello organizzativo, senza un adeguamento qualiquantitativo del personale (formazione, assunzioni sul comparto e una buona organizzazione del lavoro), pone il sistema in forte difficoltà. A questo si aggiunga come la riduzione dei posti letto negli ospedali senza il corrispondente potenziamento del territorio stia determinando un decadimento della qualità della risposta pubblica, producendo un lento (neppure troppo) processo di scivolamento verso il privato e, soprattutto, privato sociale. In questo ambito è necessario mantenere un forte governo pubblico complessivo a garanzia della qualità dei servizi ed attivare tutti gli strumenti disponibili a tutela dell’occupazione (clausole sociali nei cambi di appalto) e della qualità del lavoro (rispetto dei contratti nazionali) evitando inaccettabili, ulteriori, forme di dumping. Ma questo non ci basta. Decontribuzione, defiscalizzazione e welfare integrativo sono temi strettamente connessi alla tenuta del sistema pubblico dei servizi e parlano anche a noi. E siccome siamo convinti che il welfare pubblico sia l’elemento di garanzia dell’universalità, questo implica assumere la responsabilità di fare delle scelte. Scelte di politica economica e fiscale ma anche, per il sindacato, per la CGIL, nelle relazioni industriali e nella contrattazione.

Nei servizi pubblici locali la strada sembra articolarsi in modo omogeneo, in analogia alla riforma sanitaria, e orientarsi su livelli ottimali di programmazione nelle Aree Vaste. Al di là della scelta condivisibile di ancorare su un dimensionamento istituzionale univoco la programmazione dei servizi, è di tutta evidenza che la gestione degli stessi può darsi che in taluni casi richieda dimensionamento inferiore, che garantisca maggiore prossimità, mentre in altri possa essere messa in campo una scelta di dimensionamento maggiore, che garantisca migliori sinergie. Per tutti i servizi pubblici locali, proprio per loro natura di prossimità, occorre avere molta attenzione a riformare il loro assetto gestionale per individuare, in un percorso fortemente cooperativo tra Enti Locali e Regione, là dove si deve collocare la programmazione e dove la gestione.
Infatti da un lato le politiche abitative per cui, nell'ambito della paventata riforma degli ERP, non si potrà non tener conto che la larga parte dei servizi sono strettamente connessi ai regolamenti urbanistici e ai piani regolatori, quindi fortemente di prossimità.
Dall'altro lato le necessità di maggiore unitarietà nella gestione delle politiche di igiene ambietale. In un territorio che ha gli stessi abitanti di una metropoli europea dovremmo sforzarci di pensare ad un’unica azienda che gestisca l’intero ciclo dei rifiuti, dalla raccolta allo smaltimento finale, permettendoci anche di avere un piano industriale comprensivo degli Impianti che servono rispetto ai nuovi metodi di raccolta ed evitando gli aggravi previsti, a carico dei cittadini, per chi smaltisca i rifiuti fuori dal proprio territorio. Una maggiore dimensione potrebbe anche consetire un ritorno economico da poter investire sulla tecnologia e sulla tutela dell’ambiente, che potrebbe migliorare le condizioni dei lavoratori e l’occupazione, raggiungendo le percentuali della Raccolta Differenziata e tariffe omogenee sul territorio.

Ho voluto fare una panoramica di quello che è avvenuto in questi anni sui processi di riforma istutizionale e riassetto delle pubbliche amministrazioni per meglio comprendere lo stato dei cambiamenti che questa stagione politica ci consegna e lasciare al dibattito di questa mattina un quadro sulle tante criticità che ancora ci sono.
Per superarle crediamo che il primo impegno debba essere quello di farsi promotori dell'apertura di una stagione di riflessione profonda su questi temi con la determinazione di riconfermare un modello istituzionale di federalismo cooperativo e solidale in cui siano chiare le competenze, da definire anche attraverso leggi quadro per le materie concorrenti, di ciascun livello di governo (Stato, Regioni, Province e Città Metropolitane, Comuni e articolazioni sovracomunali) in un sistema istituzionale integrato, in cui vengano individuati i luoghi in cui si possa realizzare l’integrazione tra i diversi livelli. Un modello che riconosca le specificità territoriali e quindi il valore della prossimità delle istituzioni locali ma in quadro unitario e solidale di coesione del Paese, in cui sia dello Stato l'esclusiva competenza sulle risorse derivanti dalla tassazione. E che la sua redistribuzione tenga conto da un lato degli adeguati livelli di finanziamento alle istituzioni decentrate per garantire il funzionamento dei servizi e agire l’autonomia di governo territoriale, secondo quanto attribuitogli dalla Costituzione, e dall'altro la garanzia delle pari opportunità di accesso e l'uguaglianza dei diritti di cittadinanza per tutto il Paese, indipendentemente dal luogo di residenza. Questo per noi passa dell’individuazione di livelli essenziali di prestazioni sui diritti sociali e civili, individuando il soggetto istituzionale che li deve garantire e dandogli la necessaria copertura finanziaria.
Ma ho voluto mettere l'accento anche sulla situazione specifica dei processi di riforma tutti toscani per costruire percorsi che provino a rimuovere le criticità evidenziate e trovare la strada affinché la Toscana rappresenti una terra di sperimentazione virtuosa nel tentativo di raccogliere la sfida di dare ordine e governo ad un processo fatto di tante riforme frammentarie, disomogenee e che hanno determinato questo disordinamento istituzionale. Siamo convinti che questa sfida la si possa vincere perché qui, a differenza di quello che è avvenuto in altre Regioni, siamo stati capaci, anche attraverso il confronto, a volte anche aspro, ma che non è mai venuto meno, di dare forma e senso ai provvedimenti, salvaguardando servizi e lavoro. Quindi se l'obiettivo coraggioso dovrà essere quello di arrivare ad avere un sistema delle Autonomie Locali che sia all’altezza del cambiamento della società, pur nel mantenimento delle identità territoriali, dovremo essere capaci di far in Toscana quello che oggi chiediamo al Governo: costruire una toscana delle istituzioni cooperative, capace di individuare il ruolo di ciascun soggetto sovracomunale, con gli stessi perimetri, a cui siano demandate le stesse materie così da contemperare le istanze, i bisogni e gli interessi di tutti i cittadini. Cittadini ai quali devono essere garantiti i medesimi servizi anche attraverso gestioni per ambiti territoriali ottimali.
Questo non significa rinunciare a riorganizzazione la macchina pubblica, ma significa farlo secondo un'idea d'insieme, condivisa da tutti i livelli di governo territoriale, in cui il la razionalizzazione sia declinata nella semplificazione ed innovazione, non nel taglio dei servizi o nella riduzione dei diritti di cittadinanza e diritti dei lavoratori che li garantiscono.

E’ evidente, e su questo concludo, che quest’idea di ricomposizione delle fratture sociali che con profondità stanno segnando questa stagione politica, la riconquista di una cultura dei diritti e dell’agire collettivo e il rilancio di valori come l’uguaglianza, l’inclusione e la solidarietà sono le colonne portanti alla base delle battaglie che in questi anni la CGIL a messo in campo, dal Piano del Lavoro alla Carta dei Diritti. Un cultura sindacale che si contrappone alla politica della semplificazione, dell’esclusione e dei corporativismi che caratterizza una parte sempre crescente della politica e del sindacato. Anche su questo tratto identitario, quello di una grande organizzazione sindacale che fa di questi valori il primario senso del proprio agire, saremo in campo nelle prossime elezioni delle RSU il 17/18/19 aprile. E proprio per questo quel voto rappresenta non solo per la Funzione Pubblica, ma per la CGIL tutta, una sfida che non possiamo perdere.

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