Infortuni, senza regole paga il lavoro
Di: Franco Martini
ven 06 apr, 2018
Franco Martini

“Con la ripresa dell'attività produttiva si è ricominciato a morire sul lavoro. Riparte il motore dell'economia e della produzione e ripartono gli infortuni, soprattutto quelli mortali. Questo significa che non vi è una ripresa che porta con sé significativi elementi di qualità e innovazione”. Lo ha detto Franco Martini, segretario nazionale Cgil, ai microfoni di RadioArticolo1, commentando il drammatico incremento di morti sul lavoro degli ultimi giorni.

L’incidente più recente, quello avvenuto a Crotone, “conferma che le causali che si registrano, soprattutto nei settori più esposti come appunto quello dell'edilizia, sono le stesse identiche che oramai da decenni segnano la dinamica di questi infortuni”, ha detto Martini nel corso del programma ItaliaParla. “Siamo di fronte a una ripresa dell'attività economica e produttiva che non avviene con la priorità dell'investimento sulla qualità del fattore lavoro e quindi sulla qualità del lavoro umano, ed è una grande contraddizione nel momento in cui parliamo delle profonde trasformazioni tecnologiche, dall'intelligenza artificiale alla robotica. È veramente drammatico vivere queste contraddizioni: il fatto che si trascini il vecchio modo di lavorare e il fatto che siamo ancora impreparati e indifesi a governare quelle che saranno le implicazioni sulla salute del nuovo modo di lavorare”.

“Nel dibattito che soprattutto in questi ultimi giorni si è sviluppato ricorre frequentemente il concetto di cultura della sicurezza, cioè è innanzitutto un problema culturale, e questo è vero. Ma la cultura della sicurezza non è che l'altra faccia di una medaglia che riguarda la cultura dell'impresa e la cultura del lavoro – prosegue Martini –. Le politiche condotte in tutti questi anni, sia da parte delle imprese che da parte dei governi, hanno svalorizzato il lavoro e incentivato tipologie contrattuali di breve durata. Sono esplosi i contratti a termine, ed è del tutto evidente che la precarietà non è il terreno più idoneo per l'investimento formativo. Per quale motivo un'impresa dovrebbe investire sulla formazione, oltre l'obbligo naturalmente, se non vi fosse l'interesse alla stabilizzazione occupazionale? Se dobbiamo assumere la cultura della sicurezza come il tracciato di rotta fondamentale per lo sviluppo del Paese, dobbiamo parlare di cultura dell'impresa e di cultura del lavoro. È vero, c'è bisogno di implementare l'investimento formativo, ma solo a condizione che sia scelta in maniera irreversibile la via della competizione alta, perché se si pensa di riagganciare la ripresa alla vecchia maniera noi non faremo altro che arricchire questo triste pallottoliere che è il numero dei morti sul lavoro, dei feriti, degli infortunati, per non parlare addirittura delle malattie professionali”.

C'è poi il tema che attiene ai controlli, allo smantellamento delle centrali che dovrebbero presidiare la sicurezza sul lavoro, al calo delle risorse a disposizione di Asl, Inail e ministero del Lavoro. Al riguardo – precisa Martini -, “le leggi per la sicurezza nei luoghi di lavoro ci sono. Certo ogni legge può essere perfezionata e migliorata, ma intanto quelle che abbiamo nel nostro Paese sono positive. Purtroppo l'Italia è uno degli ultimi Paesi a non aver ancora adottato una propria strategia nazionale, perché una strategia per la sicurezza non può che essere una politica interdisciplinare che mette insieme i vari ingranaggi del governo dello sviluppo e quindi anche della parte pubblica e delle parti sociali”.

“Ciò detto, è evidente che se le leggi già esistenti sono comunque importanti, vanno fatte rispettare. E qui viene fuori un problema: il definanziamento del Servizio sanitario nazionale, dove il tema della prevenzione, che era uno dei cavalli di battaglia delle grandi riforme sanitarie che abbiamo fatto, è oramai ridotto al lumicino nelle spese di quasi tutte le regioni. Assistiamo inoltre all'indebolimento, se non al vero e proprio smantellamento, di organi che avevano funzioni ispettive, quindi di controllo. È chiaro che se indeboliamo ‘l'esercito’ che deve controllare il rispetto delle leggi, non facciamo altro che incentivare un disinteresse e una fuga dagli obblighi che impongono le leggi stesse. Non c'è ombra di dubbio – conclude Martini – che, se non vogliamo piangere lacrime di coccodrillo, dobbiamo ripensare la spesa nella direzione della sicurezza sul lavoro, quella pubblica e quella privata, ma dobbiamo partire da quella pubblica”.

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