Sottopagati e senza garanzie: l'esercito invisibile dei lavoratori nello sport
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Lo studio Nidil-Cgil: su quasi 90 mila persone, la stragrande maggioranza lavora in nero o con contratti flessibili. Ma il giro di affari del settore arriva a 14 miliardi l'anno
Ci sono 19 milioni di italiani che fanno sport. Ottimo, dicono i medici. Formativo, suggeriscono insegnanti e psicologi infantili. Un business che fattura ogni anno circa 14 miliardi, tra palestre, centri sportivi, piscine, anche spiagge dove in molti stabilimenti non manca l'istruttore di ginnastica in acqua. E che dire degli alberghi dove ti offrono massaggi, tecniche di rilassamento, tiro con l'arco, se vai in montagna.
Un giro d'affari da 14 miliardi l'anno che genera 5 milioni di entrate. Forse gli unici un po' scontenti di questa tenace attività sono quelli che l'attività la fanno fare agli altri, i personal trainer gli insegnanti, i tecnici e quelli che stanno dietro questo grande muoversi. Sono 88.614 lavoratori dello sport, l'85% per cento dei quali ha un contratto flessibile, se non proprio in nero, secondo uno studio della Nidil Cgil, presentato oggi a Rimini. E invece nella maggior parte dei casi sono lavoratori che svolgono attività prevalente ed esclusiva. Un mondo, quello dello sport denuncia lo studio, dominato dal sommerso, sottopagato, precario, dove non ci sono diritti, né malattia né maternità e soprattutto nessuna assicurazione. Per chi insegna, ma anche per chi sta dietro le quinte, segretarie, autisti di pulmini e via dicendo.
Ma lo sport ormai non si pratica solo nel chiuso delle palestre che negli ultimi anni sono spuntate come funghi in ogni angolo delle città. Nel 2015 si sono svolti in Italia 142mila eventi e spettacoli sportivi di cui 58mila nel Nord-ovest. E nonostante ciò anche in questo siamo indietro in casa Ue: gli occupati nel settore sono lo 0,54% contro una media Ue dello 0,72 sul totale dei lavoratori. Eppure tutta questa attività crea tantissimo lavoro, perché le imprese direttamente legate ad attività sportive sono quasi 35.000 ((nel commercio tra negozi e discount di abbigliamento), industria e servizi.
Ma il lavoro di chi aiuta gli altri a fare sport (a parte commercio e industria) ha un contratto che risale al 1981, che demanda alle singole Federazioni sportive la sua applicazione. Il che significa che esiste un popolo di invisibili (tantissime sono le onlus che se ne occupano) o le palestre le piscine, i campetti, i circoli sportivi, che il contratto non sanno nemmeno cosa sia. Ed è qui che la Cgil chiede un intervento legislativo per regolamentare un lavoro dove sono occupati ex agonisti, laureati in scienze motorie, personal trainer, tecnici di varie discipline pagati con contratti precari, flessibili, a ore. La proposta, che rientra nella Carta dei diritti del lavoro presentata dalla Cgil, prevede che vadano regolamentati prima di tutto i settori dilettantistico e professionale. Anche perché le Federazioni sportive che oggi riconoscono il professionismo sono quattro, golf, calcio, pallacanestro e ciclismo. E alle donne lo stato di professionismo non è riconosciuto. Il resto è tutto lasciato alla libera contrattazione. Un esercito di lavoratori in nero o sottopagati, cui ci affidiamo per rinvigorire corpo e mente, nostri e dei nostri figli.
di Barbara Ardù da repubblica.it

Creato il:dom 28 mag, 2017 5:48 pm

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