Quota 100 e 62 anni di età: la pensione si riduce del 25%
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"Quota 100 non è assolutamente la fine della legge Fornero. È un sistema che serve a modificarla in modo temporaneo, lasciandone invariato l'impianto. Ci sembra più un'operazione di facciata che di sostanza".  A dirlo è il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli, in un'intervista pubblicata oggi (venerdì 18 gennaio) sul quotidiano La Repubblica. "Innanzitutto quota 100 non è quota 100, perché ha il vincolo dei 38 anni di contributi", spiega Ghiselli: "Chi non li ha deve comunque aspettare la pensione di vecchiaia. E questo ha conseguenze sociali gravi, perché esclude dal provvedimento i lavoratori più deboli, che hanno meno contributi, e i giovani, che sono sempre più precari. Chi ha 38 anni di contributi oggi? Chi lavora nelle grandi aziende e i dipendenti del pubblico impiego. Non ce l'hanno invece intere categorie: gli edili, i dipendenti delle piccole aziende, chi lavora in agricoltura. E i ragazzi che cominciano oggi a lavorare".
Ma per i giovani c'è anche un altro problema. "Rischiano di andare in pensione oltre i 70 anni, e questo perché la riforma annunciata dal governo blocca l'aggiornamento dei contributi di anzianità lavorativa alla speranza di vita. Ma non li blocca per quanto riguarda l'età necessaria ad andare in pensione, la cosiddetta pensione di vecchiaia. Questo vuol dire che chi oggi ha 40 anni andrà in pensione a 70", illustra il segretario confederale Cgil". Ghiselli, in conclusione, evidenzia che sono "moltissimi i ragazzi in questa condizione, come moltissimi rischiano di andare comunque in pensione a 70 anche se hanno i versamenti all'Inps. Chi ha contributi di bassa entità, che producono una pensione inferiore a 1,5 volte l'assegno minimo (circa 700 euro) deve comunque andare in pensione a 70 anni". da rassegna.it

Previdenza Quota 100: Flai, legge Fornero rimane in vigore
“Il governo non ci ha ascoltati e il decreto certifica che la parte più debole del mercato del lavoro, i lavoratori stagionali della nostra categoria, agricoli e dell’industria alimentare, già penalizzati per non avere un contratto a tempo indeterminato, sono completamente snobbati dal governo: quota 100 per questi lavoratori è un miraggio”. A dirlo è la Flai Cgil, rimarcando che "rimane in vigore la legge Fornero, e questi lavoratori saranno costretti a lavorare fino a 70 anni con una pensione da fame dopo anni di lavoro e di fatica". Il sindacato evidenzia anche che "per questi lavoratori, che non avranno mai un contratto a tempo indeterminato, raggiungere 38 anni di contributi è impossibile. Si continua a operare con provvedimenti discriminatori, che dividono il mondo del lavoro in lavoratori di serie A e di serie B. Con questo provvedimento il governo conferma il suo atteggiamento contro i più deboli, dimenticandosi dei lavoratori stagionali che hanno la sfortuna di non avere un lavoro stabile e ne fa loro una colpa, lasciandoli esclusi dal diritto di andare in pensione". La Flai Cgil, dunque, con i lavoratori stagionali sarà in piazza il 9 febbraio prossimo "per far vedere al governo le migliaia di lavoratori che rappresentano il settore primario, che fanno grande il nostro made in Italy, ma che il governo non considera degni di andare in pensione”. da rassegna.it

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Quota 100 e 62 anni di età: la pensione si riduce del 25%

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Utilizzare quota 100 - almeno 62 anni di età e 38 di contributi - per andare in pensione cinque anni prima rispetto al trattamento di vecchiaia comporta un taglio di circa un quarto dell’assegno previdenziale lordo. Se si sceglie una delle possibili soluzioni intermedie - per esempio, se si va in pensione sfruttando sempre quota 100, ma a 64 anni di età - il taglio è sensibilmente inferiore e oscilla tra il 12 e il 16% negli esempi che Aon ha elaborato per Il Sole 24 Ore.
Sono stati considerati sei lavoratori, tutti con prima iscrizione all’Inps all’età di 24 anni e differenti carriere che determinano retribuzioni annue lorde all’età di 62 anni comprese tra 30mila e 150mila euro, rappresentativa di diverse categorie contrattuali (impiegato, funzionario, manager).
Decidere di smettere di lavorare a 62 anni, quindi con i due requisiti minimi di quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi), comporta la rinuncia al 22% della pensione, a fronte di un’ultima retribuzione annuale di 30mila euro rispetto a quanto si incasserebbe accedendo al pensionamento di vecchiaia a 67 anni di età; si sale al 28% se la retribuzione è di 150mila euro.
Ciò è dovuto al fatto che da 62 a 67 anni, continuando a lavorare, si aumenta il montante contributivo e inoltre, al momento del pensionamento, si beneficia di un coefficiente di trasformazione più vantaggioso. Per effetto della riforma previdenziale del 2011, a prescindere dal sistema di calcolo a cui si è soggetti (ex retributivo, misto, contributivo), i contributi versati dal 2012 sono convertiti in pensione in base al sistema contributivo, che premia la maggiore età e l’ammontare del montante accumulato. Oltre a ciò, un certo impatto è prodotto anche dall’eventuale incremento delle retribuzioni percepite dopo i 62 anni.
Soprattutto chi ha redditi bassi, dunque, deve soppesare adeguatamente se sfruttare quota 100: potrebbe rischiare di avere un assegno previdenziale insufficiente o comunque non adeguato al tenore di vita mantenuto durante gli anni di lavoro. Questo “rischio” viene evidenziato dai tassi di sostituzione (cioè il rapporto tra la prima rata di pensione annua lorda maturata e l’ultima retribuzione annua lorda percepita) pubblicati. Variano da circa il 60% per i profili di carriera meno dinamici, a circa il 40% per quelli più brillanti. Proseguendo l’attività fino a 67 anni, invece, la pensione lorda sarà pari al 50-70% dell’ultima retribuzione. Fonte ilsole24ore.com

IL DECRETO DEL GOVERNO (SOLO PENSIONI)

Creato il:ven 18 gen, 2019 3:32 pm

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