Landini: da Reggio Calabria rilanciamo la mobilitazione
reggio

Il segretario generale della Cgil conclude la manifestazione unitaria. "Il governo è solo e ci porta a sbattere. L'Italia è più povera e crescono le diseguaglianze. Prendiamo un impegno: andiamo avanti con Cisl e Uil fino all'obiettivo, cambiare il Paese"

di Emanule Di Nicola. “È una bellissima giornata, una grande manifestazione che parla a tutto il Paese e all'unità del mondo del lavoro. Il premier Conte aveva detto che il 2019 sarebbe stato un ottimo anno: purtroppo non se n'è accorto nessuno, la diseguaglianza è aumentata e rischiamo una procedura di infrazione”. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, dal palco di Reggio Calabria ha concluso la manifestazione nazionale di Cgil, Cisl e Uil di oggi (22 giugno).
“Salvini ci ha raccontato per mesi che si cambiava il Paese chiudendo i porti – ha aggiunto -. Intanto più di 200 mila giovani del Sud stanno lasciando l'Italia. Gli altri Stati europei non hanno chiuso le frontiere, al contrario: le tengono aperte e usano le intelligenze dei giovani per mandare avanti i loro Paesi. La vera emergenza nei porti è smettere di morire sul lavoro, come avvenuto ieri, c'è bisogno di sicurezza. Sicurezza è anche la lotta contro la criminalità organizzata: paradossalmente l'unico elemento che oggi unisce è la mafia, sia al Nord che al Sud: si combatta una battaglia vera, senza guardare in faccia nessuno, si rompano le connivenze”.
Landini si è soffermato sull'azione dell'esecutivo, che giudica grave e insufficiente. “Il ministro Di Maio annunciò dal balcone che il governo aveva sconfitto la povertà – ha ricordato -. Al contrario l'Istat rileva che la povertà è aumentata, ma non solo: oggi si è poveri lavorando. È necessario cambiare politica economica e aumentare i diritti”. Sempre a proposito di porti “l'Italia dovrebbe essere il vero polo logistico del Mediterraneo, in una fase in cui la logistica è decisiva”. L'autonomia differenziata proposta dal governo gialloverde “è una grande bugia”, secondo Landini: “Non solo è sbagliata, ma sostenere che risolve i problemi è un inganno totale. Pensiamo forse di fare i conti con Cina e Stati Uniti frazionando il territorio?”, si è chiesto. “Oggi c'è bisogno di unire le forze e non dividere, solo così si possono sostenere questi colossi che hanno dietro gli Stati. A noi invece lo Stato manca: non c'è un'idea di sistema in grado di affrontare le questioni. Uniamo l'Italia, allora, ma uniamo anche l'Europa all'insegna delle persone, i diritti, lo stato sociale e la solidarietà”.
Un governo che “è solo” e “ci sta portando a sbattere”, secondo Landini. “Salvini è un ministro degli Interni che ha giurato sulla Costituzione – ha proseguito -: dovrebbe essere lui che combatte la malavita, il caporalato e lo sfruttamento. Invece con lo 'sblocca cantieri' manda alle imprese il messaggio che devono essere furbe, non rispettare leggi e contratti”. Poi il tema fiscale: “Basta con la logica dei condoni, le tasse si devono far pagare. Il 90% delle entrate Irpef le garantiscono lavoratori dipendenti e pensionati, ovvero siamo noi che paghiamo per i servizi di quelli che evadono. Un ministro degno del suo nome non fa condoni, ma una battaglia seria su questo”. Va nella direzione sbagliata anche la flat tax: “Non ci piace per niente, le tasse vanno abbassate a lavoratori dipendenti e pensionati, ma bisogna colpire con forza chi non paga. Il 50% della ricchezza è in mano al 10% degli italiani: occorre andare a prendere i soldi lì dove sono, ma non c'è la volontà politica di sostenere un'idea di solidarietà e giustizia sociale”.
Maurizio Landini ha parlato della mobilitazione unitaria. “La giornata di oggi è la conclusione di una prima fase di grandi lotte, sostenuta da un'idea di unità sindacale che mancava da anni. Non intendiamo disperdere questo patrimonio. Siamo al Sud, a Reggio Calabria, e proprio il Mezzogiorno è sparito dalla discussione: non c'è neanche un provvedimento del governo. Da qui la nostra lotta si rilancia per cambiare davvero l'Italia e mutare radicalmente politica economica”. Il sindacato “ha un vincolo”, secondo il segretario, “deve impedire alle persone di competere tra loro per vivere e mangiare. Se questo avviene va contrastato. Il nemico non è il precario, il migrante o il vicino di casa. Non dobbiamo aver paura di chi per vivere ha bisogno di lavorare come noi: combattiamo quelli che ci sfruttano e mettono gli uni contro gli altri”.
“Basta campagne elettorali, ora serve un'idea che guardi avanti”, ha detto il leader della Cgil in un altro passaggio. “L'esecutivo ormai prosegue da solo. Quando le cose sono complesse, invece, occorre avere l'umiltà di capire che da soli non si va da nessuna parte: bisogna utilizzare la nostra intelligenza collettiva, affrontare i problemi territorio per territorio, area per area. Non si cambia il Paese senza il mondo del lavoro”. “Non vi permetteremo di portarci fuori dall'Europa e aumentare lo sfruttamento delle persone”, ha avvertito in conclusione: “Abbiamo un patrimonio importante, la nostra unità: proprio dell'unità sindacale e sociale il governo ha paura. Ci prendiamo un impegno preciso: andiamo avanti fino a raggiungere l'obiettivo. Insieme siamo partiti e insieme cambieremo questo Paese”.

Per il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, “questa è la manifestazione più grande mai fatta a Reggio Calabria. Oggi il Paese si sta sbriciolando: tutte le grandi opere fatte negli anni Settanta sono scadute, abbiamo un problema di sicurezza, siamo una zona sismica”. Non va meglio sul fronte del lavoro: “Pensate che anche i Navigator sono assunti come precari, solo in Italia può accadere una cosa del genere”. Per Barbagallo “bisogna riaprire i cantieri per dare lavoro agli edili”. Sulle risorse disponibili per finanziare le misure richieste, ha spiegato: “I soldi ci sono eccome, si pensi all'evasione fiscale e alla corruzione. Andiamo a recuperare tutti quelli. Quanto arriverà qualcosa per lavoratori dipendenti e pensionati? - si è chiesto -. Quando pagheranno meno tasse quelli che oggi pagano di più?”.

Così Anna Maria Furlan, segretario generale della Cisl: “Occuparsi del Sud non è certo una questione meridionale: siamo tutti sulla stessa barca. Comprimere il potere d'acquisto di chi vive al Mezzogiorno comporta problemi seri per tutto il Paese. Non ci arrendiamo alla logica delle due Italie: per far ripartire il treno non basta tagliare i vagoni di coda, è una follia, bisogna andare tutti insieme. L'Italia è una e indivisibile, come recita la nostra splendida Costituzione”. Anche la politica, a suo avviso, “deve uscire dall'oblio: basta misure di circostanza, sono troppo abituati ai selfie e poco ai progetti seri, il Sud non ha bisogno di paternalismo o assistenzialismo, ma di infrastrutture, legalità e lavoro”. da rassegna.it

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Il corteo partirà da piazza De Nava alle ore 9.30 e raggiungerà Piazza Duomo dove dalle ore 11.00 prenderanno la parola i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo

Verso il 22 giugno. «A Reggio Calabria sarà una grande manifestazione»
Baseotto (Cgil) presenta l'appuntamento a RadioArticolo1: "Prevediamo una partecipazione importante che segnerà una data significativa. Il governo apra un confronto sulla nostra piattaforma. Senza risposte la mobilitazione prosegue"
"Abbiamo indetto la manifestazione del 9 febbraio con l'idea di avviare un percorso di mobilitazione, di lotta e di pressione sul governo e sul Parlamento: vogliamo che la nostra piattaforma diventi oggetto di discussione e confronto con l'esecutivo e con le Camere". Così il segretario confederale della Cgil con delega all'organizzazione, Nino Baseotto, a RadioArticolo1 in vista della manifestazione nazionale del 22 giugno a Reggio Calabria.
"Siamo colpiti in modo favorevole dal fatto che il nostro progetto stia avendo successo - spiega , con la partecipazione che abbiamo visto in tutti gli appuntamenti dopo il 9 febbraio: del resto anche quel giorno la manifestazione è andata ben oltre le più rosee aspettative e le nostre stesse previsioni". C'è una partecipazione che non è solo protesta, ma sostegno attivo alle richieste del sindacato. "Questi mesi sono qualcosa di straordinario: si tratta di un periodo iniziato una grande manifestazione nazionale in Italia, proseguito con tutta una serie di mobilitazioni e di lotte, scioperi di categoria, battaglie dei pensionati, tutto fatto in modo unitario con una partecipazione sempre sopra le attese".
Sabato prossimo dunque Cgil, Cisl e Uil vanno in piazza a Reggio Calabria, per la manifestazione nazionale sul Mezzogiorno. "Un tema che da molto tempo era fuori dall'agenda. E non finisce qui, andremo avanti: per l'ultima decade di luglio le federazioni dei trasporti stanno organizzando un appuntamento di sciopero per molti comparti. Poi continueremo ancora, perché il governo deve sapere che i sindacati senza risposte non si fermano. In autunno, se questa politica non cambia, rifletteremo su un'iniziativa di mobilitazione e lotta a carattere generale".
Lo slogan di Reggio Calabria è "Ripartire dal Sud per unire il Paese". Così Baseotto: "Abbiamo scelto questa frase dopo lo slogan 'Futuro al lavoro'. Siamo molto preoccupati da una china pericolosa che ha preso l'esecutivo: dall'altra parte Cgil, Cisl e Uil hanno una storia fatta di solidarietà e una concezione forte di unità del Paese e del mondo del lavoro. Tutto ciò lo traduciamo in fatti concreti, non lanciamo solo un messaggio antitetico ma una proposta alternativa".
L'appuntamento del 22 giugno "lo stiamo costruendo con un lavoro quotidiano, silenzioso, oscuro di tante compagne e compagni, delegati e delegate. Le nostre strutture stanno organizzando una partecipazione importante a una manifestazione che rivestirà un grande significato nel panorama politico e sociale del Paese e anche nella storia di Cgil, Cisl e Uil. Non sarà facile: Reggio Calabria vive tutte le difficoltà del Sud che non ha infrastrutture, senza una rete di trasporti adeguata, e così le strutture raggiungeranno la città con treni, aerei, navi, macchine, tutti i mezzi possibili per esserci".
Il governo italiano, nel frattempo, "continua ad alimentare un sentimento xenofobo, violento contro l'immigrazione, raccontando di un fenomeno che in realtà ha dimensioni molto piccole e normali, soprattutto se pensiamo ai numeri degli altri Paesi europei". Non a caso i due provvedimenti "a cui il governo tiene tanto", secondo il segretario, sono la flat tax e l'autonomia differenziata: "La logica della tassa piatta è dividere i cittadini, perché significa che quelli che hanno meno pagheranno di più e quelli che hanno di più pagheranno di meno. C'è una frattura drammatica tra ricchi e poveri". Sull'autonomia differenziata: "Per come la vogliono praticare è un tentativo di indebolire e perfino spezzare l'unità nazionale, la coesione del Paese, consentendo alle regioni più forti di avere di più rispetto ai territorio più deboli. Siamo dentro la stessa logica: dividere, separare, contrapporre. Un messaggio terribile e medievale a cui noi ci opponiamo".

La mobilitazione Ripartiamo dal Mezzogiorno per unire l'intero Paese
di Jacopo Dionisio. Cgil, Cisl e Uil preparano la manifestazione nazionale del 22 giugno a Reggio Calabria. Il divario tra Sud e resto d'Italia aumenta. Servono interventi strutturali. Tutto il contrario del regionalismo differenziato ipotizzato dal governo
Da un anno a questa parte l’Italia registra un generale peggioramento degli indicatori economici, e attraversa una fase di sostanziale stagnazione, complice la congiuntura internazionale ma con un differenziale di crescita rispetto alla Ue tale da indicare chiaramente come le politiche del governo non stanno andando nella giusta direzione e minacciano piuttosto di riportarci indietro di anni. All’interno di questo quadro nazionale si corre il rischio, come già avvenuto durante la crisi economica, di mettere in secondo piano una delle ragioni strutturali per cui facciamo fatica a rialzarci: il divario di sviluppo enorme tra le diverse aree del Paese, ed in particolare tra il Mezzogiorno e il Nord.
A distanza di un oltre un anno dall’inizio della nuova legislatura dobbiamo constatare come il Sud sia stato ancora una volta relegato ai margini del dibattito pubblico e dell’iniziativa di governo. Le poche politiche specifiche messe in campo si limitano alla conferma di alcuni strumenti introdotti in precedenza, prevalentemente incentivi alle imprese di natura fiscale, mentre si riducono ancora le risorse destinate agli investimenti e alla coesione. In legge di bilancio sono state ulteriormente dilazionate nel tempo le risorse del Fondo sviluppo e coesione, fermo a una percentuale di impiego ridicola, appena mezzo miliardo, neanche il 2% del totale disponibile.
Manca una visione complessiva delle esigenze di sviluppo dei territori e sembra ridursi tutto ad un tentativo di migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse europee, come confermano anche le recenti dichiarazioni del ministro Tria, annunciando un “piano per il Sud” di cui al momento non c’è traccia e che appare coincidere quanto a tempistiche e risorse dichiarate con l’avvio della nuova programmazione dei Fondi europei.
Programmare ed utilizzare bene le risorse europee per la coesione è indispensabile ma non sufficiente, in assenza di adeguate politiche ordinarie. Le Regioni del Sud ricevono ogni anno oltre un miliardo in meno di risorse ordinarie rispetto a quanto dovrebbero in percentuale alla popolazione, il tasso di disoccupazione è il triplo del Nord e il doppio del Centro: 18,5% contro 6,6% e 9,6%, l’inattività è al 45,5% contro una media nazionale del 34,3% (dati Istat riferiti al 2018) e mancano ancora 300 mila occupati rispetto al periodo pre-crisi.
Al netto delle differenze interne alle differenti aree del Mezzogiorno, che pure esistono in misura rilevante, questi dati aggregati dovrebbero da soli suggerire l’urgenza di interventi strutturali che puntino alla ripresa degli investimenti pubblici, anche come leva per quelli privati, e alla creazione di buona occupazione.
L’altro aspetto grave della condizione occupazionale nel Mezzogiorno infatti, al di là del dato quantitativo, è che è esploso il lavoro povero, sotto retribuito e irregolare. Le retribuzioni orarie nette dei lavoratori dipendenti sono aumentate al Nord tra l’1,5 e il 2% e si sono ridotte al Sud di quasi un punto e mezzo percentuale nel periodo 2008-2017. Anche a fronte di un aumento relativo degli occupati, infatti, non si è registrata una corrispondente riduzione della povertà, mentre una parte consistente dei nuovi contratti attivati, in linea col dato nazionale, è rappresentata da part-time involontari.
A fronte di un quadro già di per sé abbastanza fosco, che vede invertirsi anche i timidi segnali di ripresa degli anni scorsi, anziché moltiplicare gli sforzi per colmare il divario territoriale è emersa nell’iniziativa governativa l’ipotesi del regionalismo differenziato, che per i tratti assunti si sta configurando come una vera e propria minaccia alla coesione e all’unità sostanziale del nostro Paese.
Già oggi la mancanza di uniformità nell’accesso ai servizi, istruzione e sanità in primis, costituisce una grave ferita sociale: in molte aree del Mezzogiorno il tasso di abbandono scolastico supera il 20%, il doppio del Nord, e quasi il 50% degli adulti residenti nel meridione ha bassi livelli di istruzione; solo il 5,4% dei bambini usufruisce di servizi per l’infanzia contro il 17% del Centro-Nord, mentre il fenomeno delle migrazioni sanitarie verso i poli di attrazione del Centro-Nord è in costante aumento.
La garanzia piena dei diritti essenziali dei cittadini non può essere tema demandato alle singole Regioni, in mancanza di leggi di principio, livelli essenziali delle prestazioni e meccanismi efficaci di perequazione delle risorse, posto che questo rappresenta anche un elemento essenziale di sviluppo nazionale: l’infrastrutturazione sociale dei territori è una precondizione per garantire la convergenza del Sud.
Occorre ribaltare la logica di divisione e particolarismo che sembra animare le politiche del governo, a dispetto della retorica nazionalista, e tornare a considerare il Mezzogiorno una leva fondamentale per lo sviluppo del Paese, un’opportunità di crescita sostenibile che può trovare fondamento, tra le altre cose, nei vantaggi localizzativi di un’area che è affacciata sul Mediterraneo e potrebbe intercettarne i nuovi flussi commerciali.
Da questo punto di vista il ritardo nell’implementazione operativa delle Zes, e la mancanza di un piano complessivo di investimenti ad esse connesse, è un deficit da colmare quanto prima, tanto a livello di governo centrale quanto di quelli regionali, evitando anche in questo caso quelle logiche di campanile e concorrenza interna che impediscono una strategia nazionale compiuta sul sistema della portualità e conducono all’annacquamento sostanziale di questo strumento, con le Zone logistiche semplificate e l’ipotesi di estensione ai porti del Centro-Nord anche delle residue prerogative di vantaggio pensate per le Zes meridionali.
Serve, soprattutto, dare una nuova centralità alle politiche di coesione e di sviluppo del Mezzogiorno con una strategia e una visione complessiva che Cgil, Cisl e Uil hanno declinato unitariamente nella Piattaforma in vista della legge di bilancio. Con quel documento rivendichiamo investimenti pubblici nelle infrastrutture sociali, sanità, servizi sociali e istruzione; un piano di investimenti su opere infrastrutturali per connettere efficacemente territori e persone da e tra le diverse aree del Mezzogiorno; un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze con un piano straordinario di assunzioni che ecceda il solo turn-over; interventi per la prevenzione, manutenzione e la messa in sicurezza; un nuovo modello di governance delle politiche industriali e di sviluppo per programmare e coordinare efficacemente gli interventi; misure per stimolare l’innovazione, la crescita dimensionale e l’accesso al credito del sistema produttivo meridionale, la messa in rete sinergica nei territori e nei grandi obiettivi strategici delle reti di ricerca pubbliche e private e un reale cambio di passo sulle Zone economiche speciali; una vera lotta al lavoro irregolare e alla criminalità.
È proprio su queste priorità, sulla necessità di rilanciare investimenti e occupazione di qualità, che il sindacato ha costruito unitariamente la manifestazione nazionale del 22 giugno a Reggio Calabria; una mobilitazione nazionale nel Sud, nella convinzione che proprio dal Mezzogiorno si deve ripartire per unire il Paese e rivendicare la centralità del lavoro come leva per contrastare le profonde diseguaglianze sociali, economiche e territoriali che attraversano l’Italia.
Jacopo Dionisio è responsabile Politiche per il Mezzogiorno e la coesione territoriale Cgil nazionale

 

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"Il Sud è la più grande opportunità per lo sviluppo del paese". Lo ha detto il vicesegretario generale della Cgil, Vincenzo Colla, a Catanzaro, per partecipare a un attivo unitario dei sindacati in vista della manifestazione nazionale del 22 giugno a Reggio Calabria.
"Sarà - ha esordito Colla - una grande manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil. Veniamo al Sud perchè abbiamo bisogno di fare il Rinascimento del Sud. Si parla di autonomia differenziata, ma la secessione c'è già, c'è negli indicatori dell'occupazione, degli investimenti, delle condizioni delle persone. Senza il Sud l'Italia non ce la fa. In più, in questa terra - ha rilevato il vicesegretario generale della Cgil - abbiamo un problema drammatico: il più grande investimento pubblico, e cioè i giovani laureati e diplomati, lo consegniamo agli altri paesi, se ne vanno e non tornano più. Li diamo alla Merkel, all'Inghilterra e alla Francia e competono con noi. Senza questi ragazzi dell'era digitale, non riusciremo a tenere le nostre catene del valore, quelle innovative. Abbiamo bisogno di investimenti strutturali per creare lavoro, altrimenti si vede il Sud come l'area per fare solo assistenza, e così l'Italia non può funzionare".
Secondo Colla "il Sud è la più grande opportunità per lo sviluppo del paese. Con il raddoppio del Canale di Suez, sta venendo su il mondo, l'Africa e l'Asia saranno i due continenti che cresceranno di più, e se non prendiamo quel movimento ci resta solo un'assistenza che prima o poi non si riuscirà più a fare. Quando si spegne la luce, c'è un problema di tenuta democratica e coesione sociale. Le campagne elettorali - ha rimarcato il vicesegretario generale della Cgil nazionale - finiscono, ma il pensare il paese nel futuro vuol dire avere un'idea corretta nel rapporto con la gente".
Colla si è poi soffermato sul tema dello sviluppo del porto di Gioia Tauro: "E' un'infrastruttura fondamentale. Si prenda la Via della Seta: quelli fanno l'investimento al Pireo, hanno triplicato gli investimenti e l'occupazione, stanno acquistando Savona e guardando a Trieste. Gioia Tauro era lì, è la porta più conveniente: noi dobbiamo utilizzare Gioia Tauro per la Zes, per far diventare quel porto la porta del Mediterraneo dell'Europa, non solo dell'Italia. Se guardiamo dalla Val Trompia questo paese, è come un pontile che entra nel mare, e vedo Gioia Tauro, Napoli, Taranto. Abbiamo salvato la siderurgia - ha ricordato il vicesegretario generale della Cgil - perchè c'era il porto di Taranto. Se questi porti non li facciamo diventare patrimonio per il paese, non la risolviamo con il reddito di cittadinanza, perchè prima o poi questo paese l'assistenza non è in grado di farla. Chi progetta Natale tutto l'anno progetta un inganno. Noi abbiamo bisogno di creare lavoro e di far sentire la gente di questi territori utile al paese e al suo futuro. Non possiamo più permetterci di avere territori con la disoccupazione al 50%: il paese così - ha concluso Colla - non regge".

Creato il:gio 06 giu, 2019 5:14 pm

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