PISTOIA: MAMMA LICENZIATA VINCE LA CAUSA
 Lara M., 34 anni, ex operaia a tempo indeterminato in un lanificio pistoiese, ha ottenuto venerdì, grazie a una sentenza del giudice del lavoro Giuseppe De Marzo, 30.000 euro di risarcimento danni per essere stata licenziata a causa della gravidanza e per una lunga serie di discriminazioni. Non è un’eccezione: sono in aumento i casi in cui le donne, dopo la maternità, non ritrovano più il lavoro. «In 18 si sono rivolte al mio ufficio, quest’anno» rivela la consigliera provinciale di parità, Marica Bruni. «Si tratta - continua - di una cifra raddoppiata rispetto agli anni passati. Ed è solo la punta dell’iceberg. Le leggi che tutelano la maternità non vengono osservate non solo nell’impiego privato ma anche in quello pubblico». L’ultimo dei diciotto casi del 2008 è quello, appunto, di Lara M.. Assunta nel 2000 a tempo indeterminato, venne licenziata due giorni dopo aver comunicato all’azienda il suo stato di gravidanza. Era l’ottobre del 2005. La donna si rivolse immediatamente ai sindacati e fu così che ottenne la revoca del licenziamento, grazie alla contestazione proposta dalla Cgil. Ma si trattava solo dell’inizio di un lungo calvario che ha portato la lavoratrice a una grave forma di depressione. A Lara M., dopo la nascita del figlio e la fine del periodo di permesso per maternità, vennero proposti 2.000 euro per non farsi più vedere. Di fronte al rifiuto della dipendente, la ditta riuscì a farla andare in ferie. Vacanze forzate che durarono quasi tre mesi, durante i quali alla donna e a suo marito venne ripetutamente riformulata la “proposta” di accettare i 2.000 euro. Al rientro dalle ferie, Lara venne spostata ai telai, un lavoro pesante che richiedeva anche turni notturni. Fu questo il primo di una serie di provvedimenti nei suoi confronti che culminarono - così denunciò la lavoratrice - con la sospensione dello stipendio. Nel giugno del 2007 Lara M. entrò in malattia. Le offese, gli sgarbi, le mancate convocazioni alle riunioni aziendali, l’inattività forzata prolungata nel tempo le hanno causato alla fine uno stato di depressione che l’ha costretta in casa per ben 13 mesi. Alla fine dell’estate del 2008 Lara è stata licenziata ancora una volta per aver superato il massimo complessivo di permessi per malattia. «È un’ingiustizia per la quale abbiamo già fatto vertenza», precisa Luana Del Bino della Cgil. «I 30.000 euro sono stati una vittoria importante - continua Del Bino - ma noi adesso chiediamo che questa malattia venga riconosciuta come “professionale”, cioè causata dalle condizioni di lavoro stressanti e vessatorie che Lara ha dovuto subire». «In tutta Europa la maternità è rispettata ed è considerata una ricchezza per la società - aggiunge Simonetta Bartoletti, responsabile delle politiche femminili per la Cgil - ma da noi, malgrado le leggi, spesso le donne che rimangono incinte vengono trattate come Lara e vengono private addirittura di diritti fondamentali come quello del posto di lavoro». Francesca Garra  DA IL TIRRENO
Notizia del: mar 23 dic, 2008

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