LUCCA: TUTE BLU 500 POSTI A RISCHIO

 Il nuovo anno si è aperto all’insegna della preoccupazione per i lavoratori del settore metalmeccanico. Le ferie prolungate (la ripresa effettiva è avvenuta ieri) sono state solo un palliativo che non ha risolto i problemi di tante imprese: oltre 500 operai sono in cassa integrazione. Al momento le prospettive di un loro rientro in produzione non sono chiare. Senza parlare delle decine di lavoratori con contratti a termine che non si sono visti prolungare il rapporto e di quelli interinali, che scaduto il contratto sono a casa senza neppure la possibilità, in molti casi, di usufruire di ammortizzatori sociali. Quello che capita anche ai dipendenti delle cooperative e delle ditte artigiane. Come accade sempre, quando c’è una crisi in atto, quando si perdono appalti per problemi nell’organizzazione interna delle imprese, a pagarne le conseguenze più pesanti sono i lavoratori con meno diritti e meno tutele, dipendenti di piccole aziende su cui, a pioggia, si riversano gli effetti delle difficoltà che incontrano le imprese più grandi. E in un settore che conta circa 10mila addetti distribuiti però in un migliaio di ditte, è facile capire come crescano i timori e le preoccupazioni di chi ha perso o rischia di perdere il lavoro. Massimo Braccini, segretario provinciale della Fiom Cgil, ha ben chiaro il quadro della situazione. «C’è un elemento - dice il sindacalista - che rende l’idea: in passato i lavoratori non riuscivano a smaltire le ferie; stavolta sono stati spinti a farle e tante aziende hanno prolungato la chiusura per le festività». E se un’azienda come le Officine Celli, che in 30 anni di attività non aveva mai fatto ricorso alla cassa integrazione, l’ha invece chiesta per gli operai della fabbrica di Rughi e potrebbe farlo anche per quelli dello stabilimento di Tassignano, è evidente come la crisi sia ormai diffusa e tocchi pure un settore - quello delle macchine per cartiere - che è sempre stato trainante per l’economia lucchese. Ma non è l’unico caso, come spiega Braccini: «All’Europa Metalli di Fornaci si continua ad andare avanti con un trend altalenante, c’è la cassa per un centinaio di persone e ci sono realtà collegate, come le cooperative, che ne subiscono le conseguenze. Penso alla coop Fanin che ha una sessantina di dipendenti, tutti senza ammortizzatori sociali». Il segretario della Fiom segue con attenzione anche quanto avviene alla Corghi di Pieve Fosciana, alla Colged del Turchetto, alla Fapim di Altopascio. E cita il caso della Paper Converting di Diecimo dove è in atto un contratto di solidarietà. «Qui - dice Braccini - alla luce delle difficoltà, invece di tagliare personale si è deciso di ridurre l’orario di lavoro di 7 ore e mezzo a settimana. Un’iniziativa partita a ottobre e che credo durerà almeno un anno. I lavoratori perdono un centinaio di euro al mese, con ricadute anche sulle ferie e sulla 13ª. Di fatto qui c’è già la settimana corta, com’è successo all’Alumi.L di Socciglia. C’è poi il caso della Luvata di Fornaci, con 30 lavoratori licenziati: siamo riusciti a mantenere un presidio di 8-9 operai ma bisognerà capire le prospettive». Poche le mosche bianche: del settore metalmeccanico fa parte la Snai, che ha un fatturato in crescita e ha assunto anche nel 2008, e ci sono le aziende che producono valvole petrolifere, come la Rotork, che al momento non risentono della crisi. Nel complesso, però, la Fiom chiede iniziative di sostegno per chi dall’oggi al domani si trova senza lavoro e con l’obbligo di dover comunque mandare avanti la famiglia. «Credo - dice Braccini - che bisogna provare a estendere gli ammortizzatori sociali - attraverso formulazioni locali com’è avvenuto per il settore tessile - anche al comparto metalmeccanico e cooperativistico. Poi tocca al governo riconoscere a tutti i lavoratori in difficoltà un minimo sostentamento che garantisca un’esistenza dignitosa». Fabrizio Tonelli

DA IL TIRRENO

Notizia del: mar 13 gen, 2009

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