CON VITE VENDUTE IL LAVORO VA IN TEATRO
 Il lavoro va in teatro. O viceversa. L’importante è per una volta che parli in modo chiaro e inequivocabile. Non è tanto una questione di realismo quanto di sentimenti. Potremmo chiamarlo “teatro civile”. Politicamente corretto e passionalmente impegnato. A Rifredi nei prossimi giorni prende un nome duro e suggestivo, denso di significati, che sa anche di sconfitta. Ma soprattutto di fatica e sudore e spesso senza riconoscenza. Il lavoro nobilita l’uomo? Saprà il palcoscenico una volta tanto ridargli l’onore e la consapevolezza, l’autenticità, non solo quella della cronaca troppo spesso listata a lutto? Si chiama “Vite vendute” la rassegna tra memoria e innovazione curata insieme a Cgil, Camera del lavoro e Assessorato alla cultura del Comune, che dal 17 febbraio al 7 marzo scorre su vari titoli. Si comincia da un romanzo forte di denuncia e testimonianza, “Figlia di una vestaglia blu” di Simona Baldanzi, che diventa una intrepida lettura scenica nella riduzione di Andrea Bruno Savelli, ieri e oggi fra routine e alienazione, dalle fabbriche a cucire i jeans della Rifle alle montagne a scavare i tunnel della Tav, protagonista Lucia Poli. E poi “Stracci” di Tommaso Santi, con Valentina Banci e Francesco Borchi, un titolo che dice molto, i “cenciaoli” di Prato, una risorsa e una vita, un tempo andato e una lingua dimenticata, una forza lavoro che ha fatto fortuna e rivoluzionato la produzione. E ancora i “Cent’anni”, ovvero un secolo di lavoro e di lotte contadine, il nuovo spettacolo firmato da Arca Azzurra, una sigla che è una garanzia, scritto da Massimo Salvianti e diretto da Dimitri Frosali, le conquiste e le sconfitte, gli scontri e i rapporti mezzadrili, la fatica e il sudore, un testo che non fa sconti, dimentica albe, tramonti e colline in fiore, idilli e folclore, per raccontare la coscienza civile che si fa largo, le rivendicazioni sindacali che montano. Per concludere con “Cinquanta” del Teatro dell’Elce, una fotografia dell’Italia del boom fra entusiasmi e delusioni e con “La fabbrica delle donne” di e con Alessandra Bedino che racconta una notte del 2002, la prima dopo la chiusura dello stabilimento Lebole di Arezzo, una donna che sogna di farci un ultimo giro dopo anni e anni di quotidiana presenza. Info 055 4220361. Gabriele Rizza
Notizia del: mar 17 feb, 2009

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