LIVORNO: UNO TSUNAMI FRA L'INDUSTRIA METALMECCANICA SI SALVA SOLO QUELLA MILITARE
«E’ uno tsunami. Nel giro di qualche mese 600-700 posti di lavoro potrebbero non esserci più». Enrico Pedini, sindacalista della Fiom Cgil, ha appena concluso una ricognizione delle fabbriche livornesi traendone previsioni apocalittiche ma realistiche. «Si salva solo l’industria militare e quella che lavora sugli obblighi di legge, come le aziende che controllano le caldaie e gli ascensori. Per il resto è una tragedia, con drammi sociali e familiari che lascio immaginare». Duecento lavoratori - tra assunti a a termine e interinali - sono già stati espulsi dalle aziende meccaniche dell’area Livorno-Collesalvetti, mentre 2000 sono interessati dalla cassa integrazione a rotazione. Ma il peggio ha da venire, secondo il sindacato. «Crisi di mercato e crisi finanziaria si sono intrecciate. Le banche hanno smesso di fare credito alle aziende. Temiamo di ritrovarci tra qualche mese con 600-700 esuberi». La lista nera. Pedini estrae dal taschino della giacca una lista, che è il distillato della ricognizione fatta nelle fabbriche meccaniche livornesi. In un foglio i nomi di una quindicina di aziende, le motivazioni delle singole crisi, il numero dei lavoratori coinvolti. Dalla Trw alla Sibe Scale, dalla Magna alla Tred è un bollettino di guerra. Con i 350 lavoratori delle aziende meccaniche dell’indotto Eni (Toscana Impianti, De Pasquale, Omi, Set Impianti, Rendelin, Siticem, Cestaio), a rischio per via della messa in vendita dell’impianto, fanno mille posti. Mille posti di lavoro che Livorno può perdere solo fra le “tute blu”. Drammi in famiglia. Siamo nel pieno di uno tsunami epocale: «Solo due mesi fa sono state regolarmente pagate le tredicesime, oggi affiorano situazioni familiari drammatiche». Nel giro delle fabbriche i sindacalisti hanno incontrato lavoratori disperati. «Famiglie del ceto medio, con due buoni stipendi, il marito sui 2000 euro, la moglie sui 1300, che sono in cassa integrazione e stanno piombando nella povertà». Gente che, contando su certe entrate, ha comprato la casa con il mutuo, ha mandato i figli all’università. Donne separate che devono vivere con 700 euro al mese. Impiegate che, quando non lavorano, vanno a pulire le scale o si offrono come badanti. «Ma c’è una differenza rispetto a una situazione di crisi “normale”: che oggi non c’è più neppure il lavoro nero. L’operaio in cassa integrazione te lo potevi ritrovare al nero in qualche officina, oggi quell’officina non lavora». Senza protezione. Se non si interviene, sono guai seri. Il governo ha proposto un’estensione degli ammortizzatori sociali ma non l’ha ancora fatta. La cassa integrazione “in deroga” dovrebbe coprire quelli che ora sono senza protezioni, gli apprendisti, gli interinali, i dipendenti delle microimprese dove adesso, per fronteggiare i cali di lavoro, ci si arrangia. Un caso concreto: alla Lowin, azienda di servizi che opera dentro la Pierburg, i dipendenti si sono autoridotti lo stipendio con un contratto di solidarietà. «Attuare i provvedimenti del governo, subito - dice Pedini - siamo disposti a legarci ai piloni delle fabbriche. Dobbiamo uscire dalla crisi con i lavoratori “dentro” e non “fuori” dalle fabbriche». Banche in ritirata. Il problema è che non si vede la fine del tunnel. «Gli imprenditori che abbiamo incontrato ci hanno confessato di navigare a vista». E c’è poi il problema delle banche: una matassa inestricabile. «Lo voglio dire con estrema chiarezza: le banche hanno smesso di dare i soldi alle aziende. Alla prima difficoltà di mercato, chiedono il rientro, riducono gli affidamenti, non finanziano le nuove iniziative». Il rischio è che qualche azienda faccia il “botto”: «C’è terrore delle banche. Molti imprenditori ci hanno chiesto di non fare il loro nome, di mantenere la massima discrezione. Questa è la situazione, è bene che chi deve provvedere sappia». Cristiano Meoni
da Il Tirreno
Notizia del: sab 21 feb, 2009

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