Le Interviste. Camusso: Non usare via Nazionale per regolare i conti nel partito. Temo che tra noi prevarrà astensione

La segretaria generale della Cgil: su Bankitalia no a capri espiatori. Alle elezioni politiche temo che tra noi prevarrà l’astensione. La legge Fornero sulle pensioni va cambiata, l’aspettativa di vita di un edile non la stessa di un magistrato.
Insieme coi segretari di Cisl e Uil, ha scritto una lettera al premier Gentiloni, chiedendo un incontro urgente. Perché? Ha avuto risposta?
«Ad oggi nessun cenno — risponde la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso —. L’incontro è importante perché con la manovra il governo ha creato un vulnus rispetto all’intesa col sindacato sulle pensioni. La manovra non affronta né i problemi della previdenza né quelli della sanità. Sarebbe un pessimo segnale dato al mondo del lavoro».
La Fiom già chiede lo sciopero generale. Lei che dice?
«Che bisogna fare la campagna di assemblee con i lavoratori decisa con Cisl e Uil. Poi prenderemo le necessarie risoluzioni. Certo non possiamo star fermi in attesa di un incontro che non arriva».
Sulle pensioni ci sono state già 8 salvaguardie per mandare in pensione anticipata 170mila lavoratori; l’Ape; gli interventi su precoci e usuranti. Ora volete pure il blocco dell’aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Ma così non si smonta la riforma Fornero?
«Abbiamo sempre detto che volevamo cambiare la Fornero, perché ci deve essere un equilibrio tra la messa in sicurezza dei conti e la giustizia sociale. Gentiloni ci ha detto, sbagliando, che applicherà la legge sull’adeguamento dell’età alla speranza di vita. Ma un edile o un minatore non hanno la stessa aspettativa di vita di un magistrato. Sull’Ape poi stendo un velo pietoso».
44mila domande respinte, anche se è in corso una revisione per allargare la platea. L’ennesimo conflitto tra il sindacato e il presidente dell’Inps, Tito Boeri.
«Noi constatiamo la distanza tra la funzione che il presidente dell’Inps dovrebbe svolgere e l’ampio margine di manovra che invece si prende».
Volete un altro presidente?
«Chiediamo da lungo tempo che si ridefinisca la governance Inps, dove per la prima volta il Civ (consiglio di indirizzo e vigilanza, rappresentativo delle parti sociali, ndr.) ha bocciato il bilancio. Civ che, del resto, non viene preso in considerazione da un presidente che decide tutto. È un modello che non funziona».
Passiamo al lavoro. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha lodato il Jobs act, dicendo che ha creato mezzo milione di posti di lavoro.
«La metà di quelli che dice il Pd! Battute a parte, non li ha creati il Jobs act, ma la decontribuzione e a caro prezzo per il bilancio pubblico e con l’aggravante di un precariato in aumento, la maggioranza delle nuove assunzioni sono a termine e part time involontari».
Che ne pensa della mozione del Pd che di fatto ha sfiduciato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco?
«Che non si può usare Bankitalia per regolare i conti nel partito. Non c’è alcun capro espiatorio da cercare».
Ma non crede che la vigilanza, e dunque anche la banca centrale, sia stata carente nelle crisi bancarie?
«In Italia si è sottovalutato l’incrocio tra vigilanza europea e Bankitalia. E con il governo Monti si è scelto di dichiarare l’inesistenza di problemi sulle banche. Oggi abbiamo un drammatico ritardo sugli interventi da prendere. Se si pensa che servano regole diverse per la vigilanza si discuta di queste. Ma le istituzioni non si abbattono».
Referendum per la maggiore autonomia promosso da Lombardia e Veneto. Lei risiede a Milano. Che farà?
«Sono in partenza per qualche giorno per il congresso del sindacato americano. In ogni caso avrei votato no, perché si tratta di un gigantesco spreco, per guadagnare un consenso raccontando una cosa non vera, cioè che il risultato produrrà effetti. Sono contraria alla strategia del regionalismo differenziato. Siamo un Paese troppo piccolo per permetterci 20 staterelli.
Un giudizio sulla legge elettorale Rosato?
«Mi pare prefiguri un sistema pasticciato. Un legge più dettata dalle esigenza delle forze politiche che la sostengono che dalla volontà di garantire la più ampia partecipazione dei cittadini».
La sinistra può vincere le prossime elezioni? E a quali condizioni?
«Può farlo se si costruiranno proposte. Invece si discute tanto di persone e poco di contenuti. Bisognerebbe avere e mostrare un progetto, far capire che i governi non sono tutti uguali».
Auspica una sorta di nuovo Ulivo?
«Sì, è stata la punta più alta della nostra storia recente».
Giusto, quindi, il tentativo di Giuliano Pisapia, di un «campo largo» a sinistra?
«Sì, ma non si può costruire una sinistra che sia pronta a governi di larghe intese, altrimenti tutto si appanna».
Quale sarà il partito più votato dagli iscritti alla Cgil alle prossime elezioni?
«Temo “il partito dell’astensione”. C’è una questione che si chiama rappresentanza del lavoro che non trova risposta nei messaggi delle forze politiche».
Anche lei è tentata dall’astensione? Oppure voterà a sinistra del Pd?
«Ho una cultura, ed è il messaggio che ha sempre dato e darà la Cgil, secondo la quale non si rinuncia all’esercizio del diritto di voto, ma capisco la difficoltà di molti. Chi voterò? Valuterò le proposte in campo».
Nel 2018 scade il suo mandato alla guida della Cgil. Si candiderà alle politiche?
«No e poi no. Non so più in che lingua dirlo».
di Enrico Marro da corriere.it

Bruno Ugolini intervista Susanna Camusso per strisciarossa.it

“Gentiloni segue la scia di Renzi. La sinistra? Ritrovi il popolo”
Susanna Camusso nella sua prima intervista a strisciarossa fa un bilancio degli incontri e della trattativa con il governo di Paolo Gentiloni sui contenuti della legge di Stabilità. Il giudizio è nettamente negativo: non vedo passi avanti, dice. Il sindacato, pensando alle esperienze del recente passato con il governo Renzi, è sicuramente di fronte a un atteggiamento diverso, meno strafottente ma privo di risposte positive. “Siamo a valle di una scommessa politica persa” dice la segretaria della Cgil che non vede all’orizzonte una nuova strategia politica dopo quella, fallita, del referendum costituzionale. E sulla sinistra Camusso denuncia un “vuoto” e una “distanza” e auspica un lavoro di ricostruzione dal basso: “Senza la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini non c’è sinistra”.
Le risposte del governo sulla legge di stabilità rappresentano un cambiamento rispetto al passato, come qualcuno dice? C’è stata un’apertura, ad esempio con il via al rinnovo del contratto del pubblico impiego?
Deve essere chiaro che il blocco di quei contratti finirà quando verranno davvero rinnovati. L’accordo sul contratto dei pubblici avvenne prima del famoso referendum del 4 dicembre 2016. E la novità introdotta dal governo sta nella soluzione trovata rispetto agli 80 euro. Per il resto il governo Gentiloni mi pare si stia muovendo in continuità con quanto fece il governo Renzi. Certo c’è un atteggiamento meno strafottente nel rapporto con le parti sociali. Resta il fatto, però, che questa legge di bilancio è priva di qualunque idea sulla prospettiva. Penso alla sanità, alle pensioni, ai giovani, agli investimenti. Con l’esecutivo, in definitiva, abbiamo una valutazione differente sullo stato del Paese. Noi pensiamo che la ripresa che c’è, sia pure in termini ancora ristretti, non sia frutto di un risanamento strutturale.
Il confronto col governo Gentiloni è stato fallimentare su giovani e su anziani?
Il governo, per i giovani, si era impegnato a creare una pensione di garanzia. L’hanno completamente cancellata. È grave perché soluzioni per i giovani non le costruisci quando andranno in pensione. Eppure si poteva pensare a creare uno strumento che, senza costi immediati, potesse intervenire sulle pensioni di ragazze e ragazzi coprendo la discontinuità contributiva. Allo stesso modo si sono contraddetti sulla necessità di riformare la legge Fornero. Con due effetti: programmare l’impoverimento del Paese e destabilizzare la previdenza. Uguale sorte hanno avuto le richieste sulla tutela previdenziale del lavoro di cura delle donne.
Non siamo più ai tempi della concertazione. C’è stato però un minimo di dialogo?
La forza della concertazione stava nella condivisione di obiettivi per il Paese. Penso alla politica dei redditi, alla scelta di entrare in Europa. Eravamo di fronte a orizzonti strategici. Certo, ci sono fatti importanti come l’impegno di quattro ministri sull’attuazione della legge sul caporalato che la Cgil ha fortemente voluto, e sul rafforzamento delle prevenzione oltre che della repressione del fenomeno, ma, nel complesso, il lavoro per il governo non rappresenta un orizzonte verso cui dirigersi.
Manca, par di capire, un disegno complessivo…Siamo in presenza quasi una specie di tirare a campare?
Si, siamo a valle di una scommessa politica persa, che ha puntato tutto su quel cambiamento della Costituzione che gli italiani hanno fragorosamente respinto al mittente e mi sembra che la politica non sia in grado di elaborare una strategia di medio lungo periodo.
Cade in questa stagione anche la vicenda dell’attacco al governatore della Banca d’Italia. Come la giudichi?
Si è coinvolta la Banca d’Italia in una lotta politica per la premiership che ha gravemente danneggiato le istituzioni.
Esiste comunque, alle spalle, il problema che investe tante banche e tanti risparmiatori…
Possiamo dire che la Banca d’Italia non li abbia denunciati? No, non possiamo. L’attacco al Governatore di Banca d’Italia mi sembra un tentativo per cercare un capro espiatorio. E’ come se si dicesse: non voglio permettere che i 5 Stelle facciano la campagna elettorale sugli scandali bancari e sui legami che hanno con la politica e quindi indico un colpevole.
Passiamo al sindacato. Quali esempi potresti indicare di una Cgil che in questa fase complicata rinnova se stessa anche nel modo di agire sindacale?
C’è, ad esempio, una categoria come la Flai (lavoratori agroindustria) con le esperienze del “sindacato di strada”. E’ un modo per cambiare profondamente l’impostazione, con tutte le difficoltà che questo comporta, aprendo una serie di contraddizioni nuove. Ad esempio l’impegno sul lavoro dei migranti li ha portati a discutere sulle differenze di retribuzione tra lavoratori europei e africani, a ricostruire una solidarietà. Siamo di fronte a problemi inediti. Non è certo la riedizione della antica lega dei braccianti. Vediamo così compagni e compagne che si mettono a studiare lingue diverse per poter interloquire con i lavoratori. Le stesse modalità con le quali abbiamo affrontato la costruzione della carta dei diritti hanno rappresentato uno straordinario esempio di rapporto con la gente, di ascolto e di elaborazione collettiva.
Tra i terreni del rinnovamento c’è quello del cosiddetto lavoro 4.0. Hai lanciato, nel corso di un apposito convegno uno slogan: “contrattare l’algoritmo”. Che significa?
Dietro l’economia delle applicazioni, ovvero quei programmi che sempre più spesso regolano la vita lavorativa delle ragazze e dei ragazzi che operano nel commercio o nei servizi, ma pure in quei cicli produttivi che hanno necessità di rielaborazione rapida dei dati, compare sempre più spesso un’entità che si vuole presentare come oggettiva e intoccabile: l’algoritmo, un nuovo controllore dei tempi, dei metodi , delle prestazioni, della regolazione e del comando aziendale. E’ considerato intoccabile, automatico. Nessuno può metterci le mani. Per riconquistare una capacità di intervento bisogna cominciare dalla destrutturazione di questo mito. L’algoritmo non è oggettivo. È organizzato sulla base degli obiettivi produttivi che si vogliono ottenere. Determina così anche la condizione delle persone. E allora bisogna poter stabilire quali sono queste condizioni, dagli orari ai carichi di lavoro. Bisogna conoscere come è fatto, come opera e bisogna riuscire a metterlo in discussione, contrattarlo.
La Cgil in questa che si annuncia come una campagna elettorale non certo serena, come si comporterà? Non c’è il rischio di una scomparsa in Parlamento di rappresentanze di sinistra e che vinca la coalizione di destra?
La storia di questi anni è fatta da un continuo interrogarsi, qui come nel resto d’Europa, sulla rappresentanza politica del lavoro. Ciò che caratterizza un pensiero di sinistra dovrebbe essere il contrasto delle diseguaglianze, la costruzione di una società più equa. La stessa crisi è figlia di quelle diseguaglianze. Avere una sponda su queste tematiche è fondamentale per il sindacato. Per mantenere una sintesi confederale e non scivolare sistematicamente nel corporativismo la Cgil ha fatto in questi anni delle scelte (la carta dei diritti, i referendum) che sono esattamente figlie anche di un’altra scelta, di un intervento con gli strumenti della politica. La strada è quella dell’autonomia progettuale della Cgil.
Sono tutte implicazioni che dovrebbero spingere verso un nuovo approccio alle tematiche del lavoro anche la sinistra politica. Una sinistra che compare e scompare, a giorni alterni. E’ così?
Ho speso la mia vita oltre che nel sindacato confederale, anche nell’essere donna di sinistra. Non c’è dubbio che c’è un vuoto. Non c’è dubbio che c’è una distanza. E’ la conseguenza dell’aver progressivamente ristretto gli spazi di partecipazione. Continuo a considerare sbagliata l’idea di affidare tutto a interventi virtuali. Credo che ci sia bisogno di strutture capaci di trovare un collegamento con le persone. Credo che sia complicato ricostruire una sinistra se non ci si pone questo tema. Non è solo una questione che riguarda il posizionamento parlamentare. E’ una sollecitazione che riguarda anche noi: il sindacato non c’è se non ci sono i lavoratori. Così la sinistra non c’ è se non ci sono cittadini che partecipano. E se non c’è una costruzione, con loro, di un orientamento, di un’opinione, di una priorità.
di Bruno Ugolini
da strisciarossa.it

Notizia del: dom 22 ott, 2017

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