Coordinamento Donne Cgil Prato: L.194, l'accesso difficile ad un diritto porta sempre ad un arretramento.

Una ragazza cinese si sente male. Al Centro Salute Donna dell’ Azienda Sanitaria di Prato racconta di aver assunto una pillola (la Ru 486), che serve ad interrompere la gravidanza. Il farmaco, che può essere somministrato solo dall’ospedale, lei lo ha avuto da un’altra donna che lo ha ricevuto da un medico.
Da qui, oltre un anno fa, partirono le indagini che hanno condotto agli arresti domiciliari quattro ginecologi dell’Ospedale di Prato con l’accusa di peculato e truffa ai danni dello Stato. Questo è quello che abbiamo letto sui giornali.
Reati molto gravi nel contesto di un ospedale pubblico. Una storia vergognosa che dal nostro punto di vista lo è, se possibile, ancora di più: quando si parla di un reparto di ginecologia, dell’accesso all’interruzione di gravidanza, subito lo sguardo delle donne si fa attento, partecipe. Sappiamo bene come siano momenti delicati in cui è necessario fidarsi e affidarsi, sentirsi accolte da qualcuno di cui sono necessarie le competenze mediche ma anche la sensibilità ed il rispetto del vissuto di ciascuna.
La tutela della salute è una garanzia data alla Costituzione. Un reato di questo tipo ci pare oltremodo odioso perché commesso a scapito di soggetti deboli, donne in un momento di difficoltà, donne ancora più in difficoltà perché straniere, alle prese con tempi stretti ed una burocrazia complicata.
In tutta questa vicenda, su cui ci sono ancora indagini in corso e su cui attenderemo fiduciose i risultati della magistratura, a nostro modo di vedere emerge un altro elemento che deve farci riflettere e che ci preoccupa non poco: la garanzia dell’applicazione della Legge 194.
Il diritto ad interrompere una gravidanza è regolato in Italia da una legge che ha 40 anni: vogliamo che sia un diritto effettivo esercitabile nella sanità pubblica oppure lasciamo che torni alle vie illegali e a chi ci lucra?
Rendere difficile l’accesso ad un diritto porta sempre ad un arretramento, e nell’arretramento ci finiscono sempre i soggetti più fragili: i malati, i poveri, le donne, gli stranieri. Pensiamo che questo paradigma debba essere cambiato e facciamo una richiesta a chi fa le leggi: chi è obiettore non deve più essere ammesso ai concorsi per lavorare nella sanità pubblica.
Speriamo di non dover scoprire anche, nel corso dell’inchiesta, che qualcuno di questi sanitari si fosse dichiarato obiettore nell’attività per conto dell’Ospedale.
Il Coordinamento Donne Cgil Prato
 

Notizia del: gio 12 lug, 2018

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