«NON SIAMO ZERBINI DELLE MULTINAZIONALI-NESSUNO PUÒ ANDAR VIA LASCIANDO MACERIE»
Di: Alessio Gramolati [intervista a 'La Nazione']
lun 22 nov, 2010
Alessio Gramolati 03

Segretario Alessio Gramolati, non è certo una bella situazione quella della Eaton...
«Due informazioni per rasserenare il clima. La prima è che uno dei due feriti è stato dimesso. La seconda è che l’assemblea dei lavoratori ha apprezzato il gesto del prefetto di Massa di andare a far visita ai feriti».
Bello, ma resta il problema dei 300 posti di lavoro perduti.
«Per la Toscana la vertenza Eaton è un inedito. E’ la prima volta che una multinazionale si dichiara indisponibile, nonostante le pressioni ministeriali, ad aprire una procedura di cassa integrazione per 300 lavoratori. Un ammortizzatore sociale necessario non solo per dare continuità di reddito alle famiglie, ma anche per far decollare il piano industriale. Le proposte dei nuovi imprenditori hanno bisogno di tempo, non prevedono il riassorbimento immediato di tutti i dipendenti. Per questo serve un contenitore, la cassa integrazione, dal quale attingere gradualmente i lavoratori. La mobilità non ammortizzerebbe i costi industriali dello start-up».
Non crede che si sia perso troppo tempo prima di concretizzare la proposta sul carbonio?
«Mentre noi facciamo questa discussione, mentre tutti sono d’accordo sul fatto che la ripresa di un territorio debba basarsi sulla produzione e non sulla speculazione, io vedo pochi imprenditori pronti a scommettere su questo terreno. Ci sono difficoltà sulla Isi, sulla Mabro e in altre aziende. Per salvare la Bulleri a Pisa c’è voluta una cooperativa di lavoratori».
Il teorema toscano di lasciare andare le multinazionali a patto che mollino capannoni e impianti può funzionare ancora?
«Ogni impresa, piccola o multinazionale, ha una responsabilità sociale verso il territorio. Che non consente di portar via sapere e competenze e lasciare solo uno scontro tra poveri, come ha scritto il suo direttore. Una comunità deve trovare le potenzialità per fronteggiare questo rischio. Gli strumenti sono più efficaci quando l’azienda è integrata nel territorio, diventano velleitari quando si ha a che fare con multinazionali».
Nemmeno con la Electrolux ha funzionato a dovere..
«A Scandicci la multinazionale ha trasferito una quota di valore, che sarà la base per una ripresa industriale. Ci siamo riusciti con la Ge Transportation, con 30 ingegneri nuovi assunti. Cercheremo di farlo anche con Eaton».
Non è una battaglia già persa?
«La partita è persa solo quando si abbandona il campo. Con le multinazionali non bisogna avere atteggiamenti di subordinazione, non è accettabile che un Paese diventi un loro zerbino. Serve una reazione forte, di tutto il sistema Italia, perché non può bastare un sindaco per fermare una corporation. Sulla Eaton sono mancati interventi coraggiosi e politiche nazionali. Non è accettabile che non si trovino 800mila euro per la cassa integrazione di 300 dipendenti. Tra qualche settimana, il mancato accordo tra Severstal e le banche, riaprirà il dramma della Lucchini. Cosa si aspetta per aprire un confronto con la Russia per salvaguardare un’eccellenza della siderurgia nazionale?»

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