Spiare, demansionare, discriminare Non è così che si rilancia il lavoro
Di: Alessio Gramolati
lun 22 set, 2014
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La situazione italiana è grave e ci sono due problemi diventati oramai ineludibili. Il primo, è che l’Italia non cresce. Siamo ufficialmente in deflazione, gli investimenti non riprendono, la disoccupazione cresce, i consumi calano. Il gettito fiscale diminuisce. Le conseguenze di tutto ciò, per le persone che non hanno beni al sole, sono drammatiche. L’altro problema è che tutto questo si abbatte esponenzialmente sui giovani, costretti tra non lavoro e precarietà.
Nessuno può ragionevolmente difendere questa situazione. Cambiare si deve, e senza perder tempo perché ogni ritardo lo pagano i più deboli. Quando c’è una grave malattia non si può tergiversare, servono terapia e medicine adeguate. Quelle giuste però!
Ad oggi, sul piano economico, purtroppo non siamo a niente, nessuna terapia è stata messa in atto o proposta. Invece sulla dualità del mercato del lavoro si è detto che la causa risiede nella Legge 300 del 1970: lo Statuto dei lavoratori, tant’è che, insieme alle rovinose modifiche delle norme sugli appalti che hanno aperto nuovi varchi a illegalità e lavoro nero, l’obiettivo del governo si è spostato contro le norme che limitano il controllo a distanza dei lavoratori, la possibilità di favorire il loro demansionamento o il licenziamento senza nessuna giustificazione, senza rendere chiaro come questo eliminerebbe tutte le forme precarie preesistenti.
Nel momento in cui il Paese dovrebbe definire una seria politica industriale, puntare ad un più alto modello di specializzazione valorizzando competenze e conoscenze, si immagina una riforma del nuovo mercato del lavoro in modo da renderlo più autoritario e gerarchico, meno adeguato a valorizzare il talento e la creatività dei nostri giovani. Non sarà certo spiandoli, demansionandoli, esponendoli alle discriminazioni che daranno il meglio di se stessi, e senza di loro non potremo mai vincere la sfida competitiva.
Se, come ci dicono i dati, abbiamo ancora un tessuto produttivo che vince nella sfida globale è perché ci sono realtà che fanno cose belle, cose buone, cose innovative. Le facciamo dove si lavora bene. Servono quindi regole che favoriscano il buon lavoro, un ambiente favorevole all’innovazione, alle nuove tecnologie, che offra ai giovani fiducia e libertà. Allora lasciamo da parte ricette vecchie di 20 anni, il mondo è cambiato, il lavoro è cambiato. Nessuna pensa si debba affrontare il cambiamento con i vecchi strumenti, ma neppure si può tornare agli anni ’50.
Se il governo vuol fare sul serio, noi siamo pronti. Si apra al confronto e troverà proposte e soluzioni all’altezza della sfida. Quello a cui non saremo mai pronti è sostenere la medicina sbagliata. Vogliamo troppo bene al nostro Paese per non sapere che un errore adesso rappresenterebbe un colpo terribile alla credibilità e alla fiducia che dobbiamo avere per superare questo difficile momento, perché un modello che dice “investite qui perché vi saranno consentite maggiori ingiustizie” non solo è devastante sul piano della cultura democratica, ma non funzionerà mai nemmeno sul piano economico.

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