Il lavoro povero non farà dell'Italia un Paese ricco
Di: Alessio Gramolati
mer 17 dic, 2014
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Il dibattito che si è aperto con l’articolo del direttore di FirenzePost, Sandro Bennucci, merita un qualche approfondimento perchè il tema dell’attrattività degli investimenti e le ragioni della loro rarefazione è una delle grandi sfide che la Toscana dovrà affrontare. Iniziamo col dire la Toscana è strutturalmente caratterizzata da una bassa intensità di capitale: tra le principali regioni del paese è quella che nel nuovo millennio ha accumulato l’ammontare più basso di investimenti per addetto. Ciò solo in parte è dovuto alla sua specializzazione produttiva dal momento che praticamente in tutti i settori industriali presenta questa caratteristica (unica eccezione i mezzi di trasporto). La stessa caratteristica è confermata anche nel terziario. Ciò non può essere considerata l’espressione positiva di tecniche produttive ad alta intensità di lavoro (si sostiene spesso che più procede lo sviluppo più le imprese dovrebbero specializzarsi in attività in cui pesa di più il lavoro qualificato), perché anche regioni notoriamente più avanzate della Toscana (es.: Lombardia) presentano intensità di capitale più alte.
Gli anni recenti hanno visto un crollo degli investimenti rispetto a quelli realizzati nella prima parte degli anni duemila: la crescita della dotazione di capitale è stata più contenuta rispetto a quella di alcune delle regioni benchmark, soprattutto rispetto a Veneto e Lombardia, mentre è stata simile a quella dell’Emilia Romagna e migliore di quella di Piemonte e Marche.
Questa tendenza aggregata è stata determinata soprattutto da una più lenta dinamica degli investimenti nell’industria (addirittura in diminuzione) e nel commercio, trasporti e comunicazioni, parzialmente controbilanciata dalla migliore dinamica del credito; attività immobiliari; attività professionali, scientifiche e tecniche; amministrazione e servizi di supporto e soprattutto dagli investimenti della pubblica amministrazione, per la quale la Toscana detiene una posizione di assoluto rilievo nel panorama nazionale. Ciò è largamente determinato da ciò che è accaduto nella recente crisi quando gli investimenti del settore pubblico hanno mostrato una tendenza assolutamente anticiclica e sono addirittura aumentati negli anni iniziali della crisi contrariamente a quanto accaduto nelle altre regioni benchmark.
Il primato dell’investimento pubblico su quello privato evidenzia ancor più quel deficit di offerta imprenditoriale che è stata segnalata e rimette al centro la vera sfida per il lavoro. Una sfida che passa da una crescita degli investimenti per una economia più dinamica e competitiva alla quale non si possono opporre fuorvianti quanto dannose ricette come quelle contenute in molte deleghe che il governo ha ricevuto col voto di fiducia parlamentare per la riforma del mercato del lavoro. Nell’illusione, indimostrabile, che il lavoro povero farà di noi un paese ricco. Una sfida che per la Toscana è più pressante che altrove.

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