CGIL, LA SFIDA DEL CIRCO MASSIMO SUL PALCO PRECARI E MEDICI
Di: Guglielmo Epifani
lun 30 mar, 2009
Epifani Guglielmo (icona)
La Cgil è sotto attacco, è accusata di essere una forza politica, di non partecipare alle trattative ma di godere poi dei risultati. Accuse ripetute dal ministro Renato Brunetta. La risposta?
«Non si considerano mai le posizioni della Cgil per quelle che sono e si usano altri argomenti: si dice che facciamo opposizione di tipo politico, che seguiamo vecchie ideologie, ci accusano di conservatorismo. Luoghi comuni. E quasi sempre si rifugge dal merito. Ieri (venerdì, ndr) Sacconi ha detto che la Cgil muoveva critiche al nuovo Testo unico sulla sicurezza senza averlo letto. La cosa buffa è che tutti si sono espressi subito, la Confindustria ha fatto una nota di tre pagine ma, guarda caso, Sacconi ha parlato solo di noi. Eppure avevamo detto, già in passato, che è un errore cambiare un testo che neanche è in vigore e che conveniva applicarlo e fare una verifica dopo due anni per eventuali correzioni».
A prescindere dal merito, dice. Come può essere?
«Mi sto convincendo che in realtà dia fastidio l’autonomia di giudizio della Cgil, che dia fastidio tutto quello che non corrisponde ai modi di dire e di fare del governo. Un governo che ha una grande capacità di comunicazione e fa passare posizioni che spesso non corrispondono al vero. Sacconi ha detto che sono aumentate le sanzioni rispetto alla legge 626, dimenticando di dire che sono diminuite rispetto all’ultima legge. E fa così per tutto il resto. Le accuse non sono solo per noi: quando Emma Marcegaglia ha reclamato soldi veri che fino a quel momento avevano visto solo le banche, o quando Confindustria ha fatto previsioni fosche sul Pil, sono piovute accuse di catastrofismo. È un governo che dà una rappresentazione non veritiera della realtà e su di essa costruisce risposte per coloro che hanno punto di vista diversi. Questa è la nostra battaglia democratica: tenere aperta la possibilità di avere un punto di vista diverso».
Il governo ha la capacità di attrarre a sé Cisl e Uil e di isolare la Cgil, segue la strategia della divisione. Quali pericoli porta questo isolamento?
«Riguardano l’efficacia dell’azione sindacale, il sindacato unitario è più efficace. Se sul Testo unico avessimo tutti detto le stesse cose, oppure sul fisco, il governo avrebbe avuto più difficoltà. Il governo punta sistematicamente a dividere, e Cisl e Uil hanno un po’ perso la capacità di tenere il filo della coerenza con le rivendicazioni unitarie. Questo comporta la frantumazione dell’azione con il rischio che il sindacato produca meno risultati».
Si può recuperare, e come, un rapporto unitario?
«È complicato perché i dissensi sono veri. E, dove non ci sono, noi sosteniamo le proposte unitarie e gli altri non sempre lo fanno. Siamo sempre stati d’accordo nel chiedere meno fisco per il lavoro dipendente o la lotta all’evasione, eppure non diventano campagne unitarie».
Perché si è arrivati a questo punto?
«È come se Cisl e Uil avvertissero - e capisco anche il ragionamento - che questo è un governo forte, da non sfidare a una battaglia a fronte aperto ma soltanto condizionare di volta in volta. A mio avviso dobbiamo invece tenere ferme le nostre linee e, come fa un sindacato fare negoziati, compromessi, arrivare o meno agli accordi. Ma questo oggi manca: il governo non apre mai tavoli di confronto. Non lo fa con le Regioni e i Comuni se non è costretto, e non lo fa con noi, non ha aperto una sola discussione. Neanche sulla crisi. Quando Fini propone gli stati generali sull’economia, riconosce che una sede di confronto sulla crisi non c’è mai stata. Il governo di volta in volta si sceglie gli interlocutori e non dialoga, cerca di convincerli della bontà delle sue scelte».
Come sono i rapporti con il Pd? Qualcuno ha detto che il Pd soffriva dell’azione politica più netta della Cgil e che questa sofferenza si sia tradotta in qualche attrito. La nuova fase le sembra diversa?
«Il Pd a mio avviso è ancora in divenire. Formalmente è un partito ma nella sostanza è ancora un cantiere aperto, lo dimostrano i problemi nel tesseramento e che a livello locale le radici sono molto differenziate. Le stesse regole con cui è stato costruito andrebbero semplificate».
Un esempio?
«L’uso delle primarie. Se servono a far correre un assessore contro il sindaco -al primo mandato- che l’ha nominato, non sono più uno strumento democratico per far pesare la società civile, ma servono alla nomenclatura se divisa. È un assurdo. Dopo la sconfitta elettorale il Pd era diviso tra il bisogno, logico, di dialogo sulle grandi riforme, e quello di fare un’opposizione più netta. Da qui una fase di indeterminazione e, di fronte a una Cgil che ha fatto scelte di merito e dato battaglia, qualche problema si è creato».
Anche oggi o è cambiato qualcosa?
«Oggi vedo più sintonia sul merito, talvolta le posizioni sembrano coordinate ma non è così. Noi poniamo il problema della casa e degli affitti e lo stesso fa Pd, ci si arriva autonomamente, ma su tante questioni si fanno battaglie comuni. Ho visto il giudizio sul Testo unico, le comuni preoccupazioni sul piano casa, comune è la critica al governo che affronta la crisi senza una politica industriale. L’opposizione che sta facendo il Pd nel Paese e nel Parlamento è a tratti molto simile all’iniziativa della Cgil. È un bene, perché su grandi questioni come queste la Cgil non può stare in campo da sola, la Cgil non può che restare un soggetto sindacale e le battaglie politiche spetta alla politica farle».
Lei ha origini socialiste, oggi ci sono socialisti che rivendicano un po’ dappertutto la loro origine. Ieri Berlusconi ha parlato lungamente dell’amico Craxi. Qual è stato il suo percorso?.
«Mi sono iscritto alla federazione dei giovani socialisti a venti anni, ho fatto due, tre anni, di attività e sono passato in Cgil. Coglievo troppa differenza tra la concretezza del lavoro sindacale e il modo di far politica. Allora in Cgil c’erano le correnti, ho lavorato in quella socialista, poi le abbiamo superate, ma mantengo l’ispirazione che viene dalla mia storia: la laicità, un’idea riformistica dell’acquisizione dei risultati, il rispetto dell’avversario, sempre. E se vedo che c’è chi continua a professarsi socialista e si schiera nel centrodestra penso che c’è qualcosa che non va. Penso a Brunetta che non celebra il 25 aprile perché è “dei comunisti”. Come fa un socialista a dirlo? Penso a cosa significava il 25 aprile per Pietro Nenni, Carlo Lombardi, Sandro Pertini, per lo stesso Craxi il cui padre è stato prefetto della liberazione a Como. I socialisti si rivoltano nella tomba».
Gli altri sono tutti precipitati nel gorgo degli anni 80?
«Sì ma questo non giustifica il tornare indietro da scelte di valore fondamentali: la democrazia, l’antifascismo, la Costituzione. Sono valori che appartengono alla grande tradizione socialista, comunista, democristiana, e sono i valori della Repubblica».
Ma in quegli anni si sono radicati anche rancori personali che poi si sono fatti politica. Si sente parlare con tanta acrimonia di anticomunismo da persone che erano adulte negli anno Settanta o Ottanta.
«Siamo l’unico Paese in cui ancora si parla, l’ha fatto ancora il premier, di anticomunismo. Non ne parla più nessuno, non c’è più il tema. Si evoca il fantasma dell'anticomunismo quando non c’è il comunismo e si ipotizza l’idea di un comunismo sopravvissuto a se stesso. È un’idea molto materialistica della storia».
Ma perché? Cosa vuole suscitare?
«Nella sua idea c’è la rinascita di una grande democrazia cristiana “moderna”, quindi è come se se rievocasse lo schema del ‘48. Ma la Dc aveva voluto la Costituzione, poi c’è stata una battaglia politica, ma è stato un partito della Repubblica».
Torniamo al lavoro, riportato drammaticamente al centro dalla crisi. Negli ultimi anni la sinistra, il centrosinistra, il Pd non lo hanno un po’ dimenticato? Si pensi alla candidatura di molti imprenditori...
«Si è passati da un estremo all’altro. Fino a 20, 25 anni fa i partiti erano molto presenti nei luoghi di lavoro, avevano radici, orientavano, sentivano. Poi l’opposto, non si sono più occupati, se non indirettamente, delle questioni del lavoro. Anche se non vale per tutti: la Lega nord è molto attenta, quando ha fatto cadere il primo governo Berlusconi sulle pensioni pensava alla propria base. E quando oggi Bossi sulle pensioni dice di andarci cauti, ha in mente l’operaio del Nord. C’è questo bisogno, anche per il Pd. Naturalmente non si può più immaginare che solo l’identità del lavoro fondi una forza politica, ma neanche che fondino un’identità tutti i soggetti e al mondo del lavoro non viene riconosciuto il suo ruolo. Credo che questo sia stato il figlio della sbornia che Tremonti chiama “mercatista”, cioè dell’idea che il mercato era fine e strumento. Ma oggi, dopo gli eccessi della speculazione, il lavoro dovrebbe tornare ad essere un riferimento nel Pd. Non può essere solo la Cgil a fare rappresentanza sociale, c’è bisogno di sponde nelle istituzioni. Se con le elezioni dovesse esserci un arretramento del centrosinistra nelle amministrazioni, verrebbe a mancare al sindacato un importante interlocutore».
Per la Cgil l’obiettivo resta il lavoro stabile o si accontenta della flessibilità senza precarietà come dato strutturale di un’economia moderna?
«In un sistema di mercato aperto a una competizione fatta di produzione di qualità è evidente che una stabilità della prospettiva del lavoro è condizione necessaria. Poi è vero che ci sono esigenze di flessibilità che vanno riconosciute. Quello che non si può fare è scaricare tutto sul precario e va fatta attenzione a non creare un mercato di lavoro doppio, con chi ha garanzie e chi non le ha».
Continuerete a difendere il contratto nazionale sfidando l’accusa di conservatorismo?
«Lo facciamo perché è quello che garantisce un riferimento universale sul salario e sulle norme. Resto dell’opinione che siccome la flessibilità interna ai settori è oggi più forte che nel passato, si possono avere griglie normative via via più ampie, da riempire. Ma nel modello che non abbiamo condiviso non c’è questo: c’è meno contrattazione in entrambi i livelli. Perché si pensa che il sindacato, che contratta, sia un intralcio».

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