"Un nuovo Statuto che tuteli anche i precari"
Di: Maurizio Landini [R. Mania per 'la Rpubblica' 19.05]
mar 19 mag, 2020
landini

Lo Statuto dei lavoratori venne pensato, elaborato, scritto per la tutela degli operai e degli impiegati nella grande fabbrica. Gli operai ci sono ancora ma sono sempre di meno, e sempre di più, invece, sono i lavoratori precari, fragili, instabili. Forse i "nuovi operai", ma a loro il vecchio Statuto non si applica. Da qui quello che Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, definisce il "limite" («ma rigorosamente tra virgolette», precisa) della legge del 20 maggio 1970.

Perché il "limite"?
“Perché lo Statuto stabilisce le tutele per i lavoratori con un contratto subordinato a tempo indeterminato. Lo Statuto rappresentò - come si disse- l’ingresso della Costituzione nei luoghi di lavoro. Certo venne scritto da Gino Giugni, su richiesta del ministro Giacomo Brodolini, ma venne conquistato dalla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori per il riconoscimento della loro dignità, per l’affermazione delle libertà sindacali, per la difesa della propria indipendenza. Quella legge venne approvata da tutto il Parlamento con l’astensione del Pci (perché ne voleva un’applicazione più ampia) e sancì una diffusa cultura politica che collocava al centro il valore del lavoro. Dagli inizi degli anni Novanta del secolo scorso tutto questo è cambiato ed è avanzata una cultura che ha portato alla svalorizzazione del lavoro. A questo abbiamo assistito dall’approvazione del "pacchetto Tre" al varo del Jobs Act. C`è stata una regressione culturale nella quale il lavoro è stato considerato come una merce, la mercificazione del lavoro. Si sono abbassate le tutele e in alcuni casi addirittura tolte, come con la manomissione dell’articolo 18. Va arrestata questa deriva, bisogna estendere i diritti a tutte le persone che lavorano”.

Negli anni sessanta come ha detto lei, i lavoratori conquistarono lo Statuto, ritiene possibile che i lavoratori precari, dai rider a coloro che sono nella trappola dei contratti a tempo, siano in grado di conquistarsi un Nuovo Statuto?
“Serve un Nuovo Statuto che garantisca tutti coloro che ricevono un salario per il lavoro che svolgono, indipendentemente dalla tipologia del rapporto di lavoro. I diritti fondamentali devono riguardare tutti: chi ha un contratto stabile, chi un contratto a tempo, chi lavora come partita Iva, tutti. La Cgil ha presentato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare con oltre un milione e mezzo di firme di cittadini proprio per riconoscere a tutti gli stessi diritti, fino ad arrivare a una legge sulla rappresentanza sindacale”.

I diritti già scritti nello Statuto o altri, nuovi, diritti? Quali diritti?
“I diritti dello Statuto e anche nuovi diritti perché il mondo è cambiato e richiede una nuova organizzazione del lavoro”.

Quali nuovi diritti? E soprattutto: come pensa di garantire i lavoratori flessibili, spesso senza un luogo fisico nel quale lavorano? Chi ha come "padrone" una piattaforma digitale come può organizzare un’assemblea, uno sciopero?
“Pensi al diritto alla disconnessione, oppure al diritto alla formazione permanente. E ancora allo stesso diritto di sapere, di essere protagonista dei cambiamenti, partecipando alle decisioni dell’azienda. La tecnologia digitale può e deve essere uno strumento anche per l’esercizio delle libertà sindacali. Abbiamo imparato in questi giorni di quarantena a svolgere parti del nostro lavoro da remoto, a riunirci, fino a studiare online. La piattaforma digitale può diventare la nuova bacheca sindacale, il luogo delle assemblee, delle stesse decisioni dei lavoratori attuando - finalmente - gli articoli 39e 46 della Costituzione sulla libertà sindacale e sulla democrazia economica”.

Lei pensa che il luogo del lavoro, dalle fabbriche agli uffici, sia destinato a sfumare mutando radicalmente la condizione di chi lavora, lasciando ciascuno nel proprio, personale, luogo di lavoro?
“No, continuo a pensare che i luoghi fisici del lavoro conviveranno con il lavoro svolto a distanza. Dobbiamo pensare alla flessibilità organizzativa: si andrà al lavoro, ma si resterà anche a casa. Serve una rimodulazione e una riduzione degli orari. Pensi solo alla condizione delle donne sulle quali continuano a scaricarsi le difficoltà di conciliare i tempi del lavoro con quelli della vita. Aldilà delle dichiarazioni di principio la realtà è che le donne guadagnano di meno e fanno più fatica nell’ascesa professionale”.

Ma qui entra in gioco il ruolo del sindacato. Il lavoro si è frantumato e ora si assiste a una accelerazione e a una smaterializzazione dei luoghi del lavoro. Che fine fa il sindacato?
“Credo che ci sarà sempre più bisogno dell’attività sindacale. La contrattazione non può limitarsi alle richieste - per quanto importanti di maggiore salario e minore orario. Bisogna essere in condizioni di contrattare i nuovi modelli organizzativi attraverso i quali accrescere la partecipazione, la libertà e la realizzazione nel lavoro dei lavoratori, intervenendo sull’innovazione dei processi produttivi e sugli stessi prodotti”.

E perché le imprese dovrebbero accettare questo schema?

“Perché sta mutando radicalmente e velocemente il mondo. L`intelligenza collettiva dei lavoratori serve innanzitutto a far funzionare meglio le imprese”.

Di Roberto Mania 'la Repubblica' 19.05.2020

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