La metà dei laureati italiani è pronta a lavorare all'estero. Colla (Cgil), non possiamo perderli
laureati

Almalaurea: all’aumentare del grado di istruzione diminuisce il rischio di restare intrappolati nel limbo della disoccupazione, ma per arrivarci restano decisive le condizioni economiche e sociali della famiglia. L’ascensore sociale è fermo

È stato diffuso il rapporto Almalaurea 2017, che indaga abitudini e tendenze degli studenti di 71 atenei nel nostro Paese. Sono oltre 270 mila i laureati presi in esame, che hanno svelato come nelle università italiane cresca il desiderio di andare all’estero. Gli studenti, infatti, sono proiettati verso la cultura linguistica e l’ambizione di lavorare all’estero. La quota dei giovani laureati pronta a partire verso una meta al di fuori dei confini nazionali è pari al 49%. Nel 2006 si fermava al 38%. Tra gli intervistati è emerso che un laureato su tre non ha problemi a trasferirsi in un altro continente, uno su quattro accetta spostamenti frequenti, mentre il 52% si dichiara disponibile a trasferire anche la residenza fuori dall’Italia. Coloro che si dichiarano non disponibili a trasferirsi all’estero sono solo il 3% dei laureati.

Sogni che solo in parte si avverano: dal rapporto emerge che a cinque anni dalla laurea il 7% dei laureati magistrali di cittadinanza italiana lavora all’estero. Di questi oltre l’80% degli occupati all’estero è occupato in Europa: il 19% nel Regno Unito, il 12% in Svizzera e in Germania, il 10% in Francia, il 6% in Spagna. Le retribuzioni medie percepite sono notevolmente superiori a quelle dei lavoratori di pari titolo rimasti in Italia: i laureati magistrali emigrati guadagnano, a cinque anni dalla fine studi, 2.202 euro mensili netti: più 64% rispetto ai 1.344 euro dei colleghi rimasti a casa.

In ogni caso il rapporto testimonia quanto sia vantaggioso laurearsi ed investire nella formazione culturale. Con la crescita del livello del titolo di studio posseduto, diminuisce il rischio di restare intrappolati nel limbo della disoccupazione. I laureati godono di vantaggi occupazionali significativi rispetto ai diplomati di scuola secondaria superiore: nel 2016 il tasso di occupazione della fascia d’età 20-64 anni risulta pari al 78% tra i laureati contro il 65% di chi è in possesso di un diploma. Nel 2012 un laureato guadagnava il 42% in più rispetto ad un diplomato: in Germania il premio salariale sul diploma è del 58%, in Gran Bretagna del 48%, ma siamo un punto sopra la Francia.

In Italia, a un anno dal titolo di studio risulta occupato (a qualsiasi titolo) il 68% dei laureati triennali e il 71% dei magistrali biennali. Una situazione lievemente migliore rispetto agli anni precedenti: dopo la contrazione avvenuta tra il 2008 e il 2013 (-16 punti percentuali per i laureati triennali), nelle ultime tre stagioni il tasso di occupazione è aumentato di oltre due punti percentuali per i titoli brevi. La retribuzione è in media di 1.104 euro mensili netti per i laureati triennali e di 1.153 euro mensili per i magistrali biennali.

Indagando il background dei laureati, restano decisive, per arrivare al titolo superiore, le origini familiari: in facoltà c’è “una sovrarappresentazione” dei giovani provenienti da ambienti familiari favoriti dal punto di vista socio-culturale. I laureati con almeno un genitore in possesso di un titolo universitario sono il 29%. Un aspetto da non sottovalutare, visti anche i costi spesso proibitivi delle rette. Anche i dati Almalaurea confermano che l’ascensore sociale, in Italia, è fermo

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Demografia e lavoro
Colla (Cgil), ai giovani servono stabilità e salari più alti

“Siamo un Paese a demografia piatta, con un invecchiamento della popolazione esponenziale, eppure lasciamo che i nostri giovani consegnino il loro sapere ai nostri concorrenti”. A dirlo è il vicesegretario generale della Cgil Vincenzo Colla, in un’intervista rilasciata oggi (giovedì 5 settembre) al quotidiano La Repubblica: “La questione giovani è un tema vero per il Paese, ma non è solo un problema salariale. Dal Sud si emigra perché non c’è lavoro, dal Nord si emigra perché altrove le condizioni di lavoro sono migliori. Non possiamo permetterci di perdere questi ragazzi, ma non basta alzare gli stipendi: dobbiamo cancellare la precarietà diffusa, che non ha paragone con gli altri Paesi e toglie respiro a qualunque percorso di vita”.
Per Vincenzo Colla occorre “passare dalla cultura della discontinuità a quella della stabilità. In Italia abbiamo oltre 40 modi di assumere, o meglio di non assumerle: grazie alla tassazione agevolata al 15 per cento stanno di nuovo crescendo le partite Iva fasulle. I lavoratori pensano magari di guadagnare di più, ma la verità è che non possono avviare progetti di vita”. In conclusione, il vicesegretario generale della Cgil evidenzia la necessità di “riprogettare il welfare, ma anche di garantire la stabilità del lavoro. Significa anche dire basta al part-time involontario: si guarda sempre al tasso di disoccupazione, ma non si considera il calo delle ore lavorate”.

Creato il:lun 02 set, 2019 4:01 pm

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