27 gennaio, Giorno della memoria: al Mandela Forum settemila studenti da tutta la Toscana

Oggi la Toscana rivive con settemila studenti che sono arrivati da tutta la regione il Giorno della Memoria. Accade dal 2006: negli anni pari il meeting e in quelli dispari il Treno della memoria da Firenze ad Auschwitz, partito la prima volta nel 2002.
Le prime ragazze e ragazzi sono arrivati al Mandela Forum di Firenze poco dopo le otto di stamattina. Oltre duemila in pullman, quasi tremila in treno, gli altri con altri mezzi. Provengon  da 86 scuole medie superiori di tutte e dieci le province: 22 quelle della Città metropolitana (quattordici nella sola città di Firenze), 5 da Grosseto, 6 da Livorno, 9 da Lucca, 8 da Massa Carrara, 9 da Pisa, 7 da Pistoia, 6 da Prato ed 8 da Siena. Sono studenti del quarto e quinto anno. Ma ci saranno anche poco meno di centocinquanta studenti universitari e trecento cinquanta ragazzi e ragazze di scuole medie inferiori fiorentine.
L'appuntamento al Mandela Forum è dedicato per questa edizione a quattro sopravvissuti e testimoni dello sterminio nei lager recentemente scomparsi: a Piero Terracina, venuto meno l'8 dicembre 2019, a Vera Michelin Salomon mancata il 27 ottobre 2019, a Marcello Martini deceduto il 14 agosto 2019 e adc Antonio Ceseri, scomparso il 18 dicembre 2017.

"Il senso della memoria è questo, incidere nel presente per costruire relazioni di pace e di giustizia: a voi ragazzi perciò dico, rendete vivo questo messaggio, è possibile, ogni giorno con tante piccole azioni". Così Monica Barni, vicepresidente della Regione Toscana, ha salutato i 7000 giovani che oggi hanno riempito il Mandela Forum.  "Ascolterete non odio nelle parole dei testimoni oggi ma una scelta precisa, quella di raccontare, non odio ma la volontà di costruire", ha detto Barni ai ragazzi, invitando a riflettere sul fatto che dopo la seconda Guerra mondiale non ci sono stati più conflitti in Europa, ma nel mondo sì: "E' in corso la terza guerra mondiale come ha ricordato Papa Francesco - ha spiegato - e oggi invito a riflettere su tutte le vite spezzate. Riflettiamo sui processi che portano a questi orrori, su quali siano i meccanismi che li generano. Essere qui ad ascoltare oggi non ci permetterà più di rifugiarsi nell'indifferenza".

"Invito le ragazze e ragazzi che sono venuti da tutta la Toscana a mettere davanti a casa propria sulla porta la scritta 'qui c'è un antifascista'". Lo ha affermato Dario Nardella, sindaco di Firenze, che oggi ha aperto il meeting per il Giorno della Memoria. Nardella ha invitato a fare "come ha fatto il mio amico e collega sindaco di Milano, in risposta a quella vergognosa scritta che è stata apposta davanti alla casa del figlio di un ex deportato a Mondovì. Anche queste sono risposte efficaci, simboli che ci servono ad avere una memoria collettiva, e a coltivarla: senza memoria non c'è futuro". Tutte le forme di discriminazione, per il sindaco, "possono essere combattute grazie alla memoria, e quello che si fa oggi è fondamentale: incontrare i giovani, pensiamo ai viaggi che noi organizziamo in Polonia, in Austria e in Italia nei campi di concentramento e di lavoro. Anche quello è un antidoto, bisogna essere perseveranti: goccia dopo goccia, passo dopo passo, soltanto mantenendo la memoria e compiendo questi atti forti con i giovani noi possiamo cambiare quello che avviene".(ANSA).

Memoria, stermini e censimenti non sono finiti. “Siamo tutti responsabili”
"Noi tutti siamo dei piccoli Hitler, Mussolini e Milosevic” dice Irvin Mujcic, fuggito a cinque anni dalla guerra in Bosnia, alle porte dell’Italia, e sopravvissuto al massacro di Srebrenica del 1995, che interruppe allora bruscamente l’esistenza di 8.372 musulmani bosniaci. Di fronte ed attorno a lui i settemila ragazzi del Mandela Forum di Firenze, studenti delle scuole superiori di tutta la Toscana, centocinquanta universitari e trecento ragazzi delle medie fiorentine. Lì, tutti assieme come accade ogni due anni, per ricordare il giorno della memoria. Per guardare al passato ma anche al presente. Per ascoltare testimoni e sopravvissuti dello sterminio di cui ottanta anni fa i nazisti ma anche i fascisti furono colpevoli: in silenzio per quattro ore, sempre concentra ti, il volto tirato a tradire emozione e partecipazione, pronti ad applaudire quando chi racconta si interrompe per il dolore e la commozione che torna ad agitare l’animo.
La frase di Irvin è pesante e taglia l’aria. Ma il senso è chiaro: è un richiamo ad una responsabilità diffusa e condivisa sui destini e il futuro del nostro pianeta, è un po’ come dire che siamo un po’ tutti arroganti ed egoisti e quindi responsabili, come responsabili furono negli anni Trenta e Quaranta quanti si chiusero nell’indifferenza e stettero in silenzio di fronte alle prime esclusioni e rastrellamenti. Non ci sono insomma alibi per sfilarci via. Ma la memoria non può neppure essere odio, vendetta e turismo della morte. Per questo Irvin a Sebrenica, dove il padre e lo zio sono scomparsi in una fossa comune, è tornato, molti anni dopo, e lì ha deciso di dar vita ad un progetto di pace e di riflessione dedicato ai giovani, per difendere non solo una città ma un ideale di convivenza. E’ lo stesso motivo per cui non trovi rancore nelle parole dei testimoni dello Shoah.
“Non ho mai odiato i tedeschi ma sicuramente ne avevo paura – confessa Tatiana Bucci, sopravvissuta con la sorella Andra ad Auschwitz e Birkenau – Poi ad un certo momento ho capito che i tedeschi non erano solo i nazisti”. E non c’è odio neppure in chi, come rom e sinti, patisce oggi ancora esclusione razzismo.
Nel 1945 tutte le nazioni dissero “mai più”. Ma altre guerre ci sono state ed anche altri stermini si sono consumati. La memoria, si ripete sul palco, serve a capire se oggi ci sono ancora percorsi come quelli che condussero ad Auschwitz. E’ l’unico vaccino che può aiutare a sconfiggerli.
"Se fossi nata ai tempi del nazismo, sarei stata destinata allo sterminio - dice Eva - perché rappresento la minoranza più vasta in Europa costretta alla fuga da sempre a causa di una politica persecutoria". Eva Rizzin, ricercatrice dell’università di Verona, è una sinti rom. “L’antiziganismo, come l’antisemitismo, è una delle forme più diffuse di razzismo in Europa e in Italia” racconta. Lo sappiamo, ma spesso facciamo finta di non accorgercene.
Quella persecuzione ha avuto una delle pagine più buie durante il Terzo Reich, quando rom e sinti furono deportati in massa. Fu anticipata dallo Zigeneur Buch, un testo pubblicato nel 1905 a Monaco di Baviera che in 344 pagine elencava i dati personali e genealogici di 3350 persone appartenenti all'etnia Rom. Quel censimento fu molto utile poi ai nazisti e in quell'elenco finirono anche il trisnonno e il bisnonno di Eva Rizzin.
Ma i censimenti sull'etnia sinti e rom non sono finiti. "Nel 2008 rom e sinti sono stati nuovamente censiti per etnia e religione - ricorda la Rizzin - e nel 2018 in Italia abbiamo avuto rappresentanti istituzionali che hanno chiesto di nuovo un censimento dei nomadi. Ancora oggi dichiararsi rom e sinti non è facile perché significa equipararsi a qualcosa di negativo e molti nascondono la propria identità perché certi cognomi sono considerati uno stigma".

Giorno Memoria: rettore Firenze, vigilare sull'indifferenza 'E contro ogni deriva da diritti affermati in Carta Europea'
"E' un momento molto delicato, con tanti rischi che quanto è stato dichiarato morto e sepolto dal giudizio della storia possa in altre forme e contesti rinverdirsi. L'errore più grave che potremmo fare è quello di sottovalutare o di ricondurre tutto alla libertà di pensiero od opinione". Lo ha detto il rettore dell'Università di Firenze Luigi Dei, che ha aperto questa mattina la celebrazione del Giorno della memoria deponendo una corona d'alloro presso la lapide che ricorda gli universitari allontanati a seguito delle leggi razziali. "L'Università vigilerà severamente contro ogni deriva per l'affermazione dei diritti della nostra Carta Europea di cui celebriamo quest'anno il ventennale: dignità, solidarietà, giustizia, cittadinanza, uguaglianza e libertà". Il rettore ha fatto poi riferimento alla necessità di sviluppare spirito critico e capacità di giudizio ragionato: "La demonizzazione, il dileggio, la presa di giro veicolati sui social non ottengono alcunché, dobbiamo mettercelo bene in testa. Abbiamo bisogno di tempo, di un lungo e paziente percorso di recupero di valori e rigenerazione di nuovi ideali che sappiano essere attrattivi e che ci proiettino nel futuro guardando al passato non in modo retorico". "L'Università - ha aggiunto Luigi Dei - è pronta a questa opera resistente di ricostruzione di valori; se invece facessimo come coloro che non si opposero e così facendo permisero, o comunque non lottarono, perché non accadesse, l'allontanamento delle nostre colleghe e dei nostri colleghi, delle studentesse e degli studenti dagli atenei, ci renderemmo complici delle possibili ignominie future". La cerimonia è proseguita con una performance teatrale su Primo Levi. Le iniziative dell'Ateneo per il Giorno della Memoria proseguono nei prossimi giorni: domani, martedì 28 gennaio, è in programma 'Distilla veleno una fede feroce. Shoà e letteratura' incontro curato da Ida Zatelli, docente di Lingua e letteratura ebraica (ore 15.30 Biblioteca Umanistica - Sala Comparetti, Piazza Brunelleschi, 3-4). Martedì 4 febbraio l'incontro 'Una riflessione condivisa dopo il Giorno della Memoria' con Ugo Caffaz, consigliere per le politiche della Memoria della Regione Toscana (ore 15 - Campus delle Scienze sociali - Edificio D6 - aula convegni 018, via delle Pandette, 9) conclude il ciclo di incontri 'A futura memoria', occasioni di approfondimento contro ogni forma di razzismo e discriminazione, promossi dall'Ateneo con il patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Firenze. Mercoledì 5 febbraio (ore 21 - Teatro Niccolini, via Ricasoli, 3) è in programma il concerto 'Temuto come grido, atteso come canto' del musicista e poeta Michele Gazich, accompagnato da Marco Lamberti.(ANSA).
 

Notizia del: lun 27 gen, 2020

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