VIAREGGIO: NAUTICA, UN TRISTE AUTUNNO
Manca qualcosa, in questo albeggiare di settembre della Darsena. Mancano i colpi echeggianti degli operai nei cantieri, le grida dei lavoratori da una parte all’altra dei capannoni. E manca, o comunque è fortemente ridotta, la stessa presenza del popolo del porto, di quelle che vivono intorno e dentro il mondo della nautica. Perché questo autunno si annuncia duro, durissimo. Azimut ha confermato altri mesi di cassa integrazione, altri cantieri come Gianetti la seguono su questa strada. E il barometro della crisi prevede difficoltà in ordini e commesse ancora per diversi mesi. Un quadro fosco che, secondo le stime del sindacato, tocca almeno un centinaio di aziende (fra cantieri più o meno grandi e aziende dell’indotto) e circa 1.700 lavoratori. Stime, con tutta probabilità, approssimate per difetto: «Questi - spiega Lamberto Pocai, della Fiom-Cgil - sono solamente i numeri delle pratiche che noi abbiamo trattato». È, comunque, una fetta importante della nautica: la Provincia stima infatti che in questo mondo navighino circa mille aziende, ma se si restringe il campo a quelle che hanno la nautica come core businness, si scende a quota 6-700. Insomma: almeno un 15% delle ditte ha dovuto ricorrere a una forma di cassa integrazione, alla mobilità, alla riduzione di personale o (nel peggiore dei casi) alla chiusura. Uno tsunami che si è abbattuto soprattutto sulle più piccole e meno strutturate, che si sono trovate a fare i conti, da una parte con le difficoltà nei fidi e dall’altra con le continue dilazioni nei pagamenti da parte dei committenti. «La situazione non è molto mutata rispetto alle settimane prima dell’estate - spiega Pocai -. A partire da Azimut, che ha confermato la cassa integrazione a rotazione per 90 dipendenti, mentre la divisione Benetti sembra soffrire meno. Anche a Polo nautico il lavoro è ridotto, ed è aumentata la richiesta di cassa integrazione in deroga. E nelle prossime settimane verranno alla luce senz’altro nuovi casi». Il tam tam di radio banchina, infatti, segnala che cantieri, anche importanti, starebbero per chiedere l’accesso alla cassa integrazione. Il problema, spiega Pocai, è che non c’è stata la tanto sospirata ripresa degli ordinativi: «In gran parte si lavora solamente sulle commesse già disponibili che, però si stanno sfoltendo, mentre non arrivano nuovi ordini. E poi non va dimenticato che rimane tanto invenduto, anche visto che banche e società di leasing hanno chiuso i rubinetti». Proprio impossibile trovare anche solo un briciolo di speranza? No, a sentire Pocai: «Un po’ di movimento c’è ma, per così dire, manca quella massa critica che potrebbe far ripartire il mercato. Comunque serviranno anni per ritornare ai livelli precrisi». In questo senso la chiave di volta potrebbe essere rappresentata dalle fiere dei prossimi mesi: Cannes, Montecarlo e soprattutto Genova. «È chiaro che c’è molta aspettativa», commenta il sindacalista. La speranza è che le attese non vengano congelate (insieme agli ordini) come avvenne dodici mesi fa. Cosa fare nel frattempo? Chi ha ancora commesse può lavorare e far lavorare le imprese appaltanti che hanno sofferto più delle altre la crisi. Ma c’è anche chi sta muovendosi verso l’esplorazione di territori “nuovi”, in grado di sopperire alla carenza di ordini per il “nuovo”. «Bisogna studiare le alternative - commenta Pocai -. Rimanendo nel diporto chi può cerca di orientarsi verso le dimensioni più grandi, soprattutto per gli scafi di acciaio. Per le barche più piccole, in vetroresina e simili, bisogna accelerare al massimo il percorso verso il refitting». Se è vero che di nuove barche da metter in acqua ce ne sono pochissime, infatti, è altrettanto vero che quelle che già solcano i mari hanno comunque bisogno di manutenzione. E, in questa prospettiva, il refitting può diventare un “palliativo” (o qualcosa di più) per fare da contraltare alla crisi. «Per far questo però - conclude Pocai - è necessario un impegno anche da parte delle amministrazioni, a partire dal Comune. Per il refitting infatti i cantieri hanno bisogno di modificare i propri spazi, ad esempio con capannoni più piccoli ma più alti. E per far questo hanno bisogno di autorizzazioni. E poi non va dimenticato l’aspetto della viabilità, sul quale bisogna investire maggiori risorse».
Luca Cinotti
DA IL TIRRENO
Notizia del: mar 01 set, 2009

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